Un recentissimo articolo “Estimating Burden and Disease Costs of Exposure to Endocrine-Disrupting Chemicals in the European Union“, pubblicato su J Clin Endocrinol Metab 2015, ha quantificato i costi monetari per i danni alla salute provenienti dall’esposizione a sostanze chimiche con azione di “interferenti endocrini” nell’Unione Europea. Il  termine “interferenti endocrini” (Ie), introdotto per la prima volta nel 1991, contempla tutte le sostanze che interferiscono con sintesi, secrezione, trasporto, azione, metabolismo o eliminazione degli ormoni. Il meccanismo d’azione presuppone quindi la possibilità di  interferire con la capacità delle cellule di comunicare tra loro attraverso gli ormoni e vastissima è la gamma di effetti negativi per la salute che ne possono conseguire.

L’Istituto Superiore di Sanità definisce Interferente Endocrino come una “sostanza esogena, o una miscela, che altera la funzionalità del sistema endocrino, causando effetti avversi sulla salute di un organismo, oppure della sua progenie o di una (sotto)popolazione”.

Queste sostanze quindi possono non solo esplicare effetti negativi sull’individuo esposto, ma anche sulle cellule germinali con effetti trans-generazionali, eventualità che desta ovviamente non poche preoccupazioni, e sempre sul sito dell’Iss è disponibile un manualetto: “Conosci, riduci, previeni ricco di utili consigli su come ridurre i rischi.

Da circa venti anni infatti si sono accumulate conoscenze sui rischi per la salute umana dovuti a tali sostanze, sia da esperimenti su linee cellulari e animali da laboratorio, che da studi epidemiologici. Gli Ie comprendono una gran varietà di sostanze chimiche presenti in un largo spettro di formulati come farmaci, prodotti di igiene personale, plastiche di uso comune, pesticidi e altro, o sotto forma di contaminanti chimici ambientali. Nello studio vengono citati in particolare i Policlorobifenili (Pcb), le diossine, i composti perfluoroalchilici, solventi, ftalati, Bisfenolo A, diclorodifenildicloroetilene, pesticidi quali organofosfati e organoclorurati, ritardanti di fiamma, dietilstilbestrolo.

Gli Ie entrano in contatto con l’organismo sia attraverso la via alimentare, sia per inalazione, sia per contatto attraverso la pelle. Le potenziali ricadute per la salute sono: disfunzioni riproduttive, in particolare infertilità maschile, malformazioni, cancro a prostata e mammella, obesità, diabete, patologie cardiopolmonari, disfunzioni dell’apprendimento e del comportamento, alterazioni del sistema immunitario.

I ricercatori, con un approccio largamente condiviso, hanno stimato il costo medio per anno nell’Unione Europea per le seguenti patologie, ascrivibili con maggior certezza all’esposizione a queste sostanze: disabilità conseguente a perdita di Quoziente Intellettivo (Qi), autismo, deficit di attenzione e iperattività, obesità infantile e dell’età adulta, diabete, criptorchidismo, infertilità maschile. Tale costo ammonta ogni anno a 157 miliardi di euro, pari all’1,23% del Pil dell’intera Ue. Utilizzando la stima più bassa il costo potrebbe essere di 119 miliardi di euro: dato certo non trascurabile e che non si discosta in modo significativo dal precedente.

Queste sostanze sono ormai presenti nei posti più impensati: è di questi giorni la notizia che in una fontanella di un parco pubblico ad Agliana (Pt),  grazie ad analisi eseguite da parte di genitori, sono stati rilevati ben 36.8 microgrammi/litro di Pcb totali. Segnalo che per acque ad uso umano non ci sono limiti perché i Pcb in teoria non dovrebbero esserci. Per le acque sotterranee  il limite  fissato dal Dlgs 152/06 è 0.01 microgrammi/litro. Nella fontanella i livelli sono quindi 3.680 volte più alti di quelli indicati  per le acque sotterranee. Ricordo che i Pcb oltre che Ie sono tutti classificati cancerogeni certi per l’uomo. C’è da essere sconvolti perché questi livelli, se confermati, sono indice di una gravissima contaminazione della falda che alimenta la fontanella e comportano indubbiamente rischi importanti per la salute pubblica.

Ma in una società così attenta all’economia, come si spiega tanta disattenzione nei confronti dei costi che l’inquinamento produce? Forse perché, contrariamente al detto “prevenire è meglio che curare”, di fatto “curare vale più che prevenire”?