“Sono effettivamente in corso interlocuzioni per collaborare con l’Italia ad andare verso il traguardo di una più ampia e completa trasparenza e dello scambio di informazioni ai fini fiscali”. La conferma alle parole di Matteo Renzi arriva dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. In una lunga intervista a l’Espresso il premier, affrontando il tema dell’evasione fiscale, aveva affermato: “Non c’è solo la Svizzera. Io, per esempio, spero di recuperare un po’ di denari anche dal Vaticano. Stiamo discutendo. Quello che abbiamo fatto con la Svizzeracon Montecarlo o con il Liechtenstein – aveva aggiunto Renzi – vogliamo farlo anche con il Vaticano. Ci sono molti italiani coinvolti e credo che la Santa sede sia interessata a fare un repulisti”.

A frenare, però, rispetto alle parole del premier e di padre Lombardi è il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire, che non accetta l’equiparazione tra la Santa Sede, Montecarlo e Liechtenstein che fa Renzi: “Il Vaticano non è in alcuna black list italiana né i contatti bilaterali riguardano specificamente il tema del segreto bancario. Nulla a che vedere, dunque, con un accordo in applicazione della legge sulla voluntary disclosure (procedimento di ‘pacificazione fiscale’ tra il contribuente e l’amministrazione, a iniziativa del contribuente stesso) approvata a dicembre scorso”.

Ma a dispetto di ciò che afferma il quotidiano della Cei sembra che la svolta definitiva per la fine del segreto bancario, dopo colloqui che durano da un paio di anni, sia davvero vicina. Ciò segnerebbe anche la parola fine ai tempi in cui il Vaticano rifiutava di rispondere alle rogatorie sulle transazioni economiche proseguendo il lavoro di trasparenza iniziato da Benedetto XVI, che a fine 2010 istituì l’Autorità di informazione finanziaria. Un lavoro fortemente incoraggiato da Papa Francesco e dal suo speciale “C9”, il consiglio di cardinali che sta elaborando le riforme della Curia romana. Al suo interno siedono sia il prefetto della Segreteria per l’economia, istituita proprio da Bergoglio e di cui sono stati recentemente pubblicati gli statuti, il cardinale australiano George Pell, sia il Segretario di Stato Pietro Parolin.

Il confronto in atto tra Italia e Santa Sede non riguarda tanto la posizione di privati, titolari di conti correnti, quanto la movimentazione finanziaria verso Paesi terzi, condotta dalle case generalizie degli ordini religiosi, realtà complesse che per la gestione del loro denaro e il ruolo svolto da un punto di vista economico si configurano come una sorta di holding. È il caso, per esempio, dei frati minori recentemente finiti sul lastrico. La situazione, oggi, può dirsi normalizzata visto che possono essere titolari di conti correnti allo Ior solo dipendenti, ecclesiastici ed enti religiosi. Tutto ciò è stato realizzato grazie al lavoro della società di revisione Promontory, incaricata di passare al setaccio tutti i conti correnti della banca vaticana, che ha portato alla chiusura di un migliaio di posizioni su un totale di 18mila correntisti.

Il Consiglio di sovrintendenza, il cosiddetto board laico, dell’Istituto per le opere di religione ha designato con effetto immediato Gianfranco Mammì alla carica di vicedirettore con mandato a tempo indeterminato. La nomina, come si legge in un comunicato ufficiale, è stata approvata dalla Commissione cardinalizia di vigilanza e dall’autorità di regolamentazione Aif. Mammì ha iniziato la sua carriera alla banca vaticana nel 1992 come cassiere e negli ultimi 23 anni, come si legge sempre nella nota ufficiale, “ha maturato una vasta esperienza in diverse posizioni, lavorando con i clienti italiani e latino-americani dell’Istituto in veste prima di client relationship manager e poi di viceresponsabile dell’Ufficio successioni. Nel passato più recente ha prestato servizio in qualità di responsabile dell’Ufficio acquisti”. Nello stesso tempo è stato confermato che Rolando Marranci rimarrà direttore generale “per un congruo periodo di tempo”.

Twitter Francesco Antonio Grana