Con questo articolo su un tema molto delicato apro il mio blog su “il Fatto Quotidiano”, che ringrazio per l’ospitalità. Mi occuperò principalmente di diritti (per lo più negati) perché è questo il mio impegno nell’ambito della Associazione Luca Coscioni. Ho iniziato a collaborare con questa benemerita associazione da quando mio fratello Michele, malato terminale di leucemia, non potendo ottenere l’eutanasia, cercò nel suicidio una “uscita di sicurezza”. Ma qualche volta scriverò anche sui doveri, di cui troppo spesso ci dimentichiamo. Ad esempio, il dovere di pagare le tasse o quello di osservare le regole del vivere civile, specie nella mia città, Roma, al cui degrado assistiamo tutti, forse con eccessiva rassegnazione. Da vecchio militante socialista e simpatizzante radicale, trovo che questo quotidiano sia fra i pochi attenti alla tematica dei doveri e dei diritti, che noi vecchi socialisti sintetizzavamo nella formula “i meriti e i bisogni”. Grazie a chi mi seguirà.

Walk around a Piazza Montecitorio per l'eutanasia con Mina WelbyUn sondaggio pubblicato dall’autorevole ”Journal of Medical Ethics” – come sempre ignorato dalla stampa italiana – rivela che quattro medici olandesi su dieci sarebbero disposti ad aiutare a morire chi si trova a uno stadio iniziale di demenza. Solo uno su dieci – tuttavia – lo farebbe in caso di demenza in fase avanzata, seppur in presenza di una direttiva anticipata. Nello stesso momento in cui si rivela come l’unico paese in cui i non credenti sono più numerosi dei credenti (contando tutte le religioni professate nel paese), l’Olanda fa dunque cadere, o quanto meno fa vacillare, il tabù della eutanasia per i malati di Alzheimer.

Eppure questa malattia appare sempre più come il flagello del secolo: 44 milioni nel mondo nel 2014, 75 milioni nel 2030 e 135 nel 2050. Solo in Italia, un milione di malati (700mila più 300mila con altre forme di demenza). Cui si aggiungeranno almeno altri 150mila casi l’anno. Tutti ignorati dalla sanità pubblica e affidati alle cure di figli sempre più anziani e sempre meno abbienti (in Francia, uno studio del governo, che sta organizzando un colossale piano per superare la non autosufficienza, ci mostra che tra i familiari dei malati di Alzheimer crescono paurosamente le depressioni, mentre il costo delle degenze obbliga ad impoverirsi vendendo la nuda proprietà delle case).

Un anno fa sono stato a trovare nella casa di riposo che lo ospita un amico giunto ad uno stadio avanzato di Alzheimer. Fin dall’ingresso nella sala comune sono rimasto sconvolto prima dallo spettacolo di questo piccolo esercito di “morti viventi” (uso questa espressione con molta pietà perché è la sola che rende l’idea) e poi dalla loro “vita”: da un letto a una sedia a rotelle, imboccati per mangiare, con cateteri e pannoloni per le loro necessità fisiologiche, uno sguardo vuoto in cui sembra però di cogliere un barlume di disperazione, una richiesta di auto. E questo per 4, 5, a volte 10 anni. E mi sono chiesto “se questo è un uomo”.

Ebbene, io ritengo che a ognuno di noi dovrebbe essere concesso di formulare, finché siamo sani, le nostre Dichiarazioni Anticipate di Trattamento, dicendo con chiarezza se vorremmo, qualora fossimo colpiti da questo male, essere tenuti comunque in vita o se preferiremmo poter trovare, nella eutanasia, una dignitosa “uscita di sicurezza”.

Personalmente, se mi dicessero che potrò ottenere l’eutanasia ma solo in uno di questi due casi (malattia terminale o Alzheimer), non esiterei un attimo. Perché un malato terminale, normalmente, deve affrontare solo pochi mesi di sofferenza, mitigata o annullata da adeguate cure palliative, mentre un malato di Alzheimer dovrà vivere per anni in una condizione disumana, trascinando nel proprio dramma le persone a lui più care.

Poiché è prevedibile che prima di legalizzare l’eutanasia si arrivi a regolare per legge il testamento biologico, è importante sottolineare che le norme in materia dovranno essere vincolanti per i medici, se formulate nel pieno delle capacità intellettive, e non potranno essere messe in forse con ragionamenti ed ipotesi – indimostrabili eppure correnti – del tipo “se potesse decidere ora che ha davvero l’Alzheimer forse cambierebbe il suo testamento”.

Quanto invece alla “legge che verrà” sulla eutanasia, va sottolineato che legalizzarla solo per i malati terminali significherebbe negarla alla maggior parte delle persone che vorrebbero ottenerla perché ritengono la loro vita non più degna di essere vissuta. Mario Monicelli e Carlo Lizzani non erano malati terminali, erano due persone nel pieno delle loro capacità mentali ma afflitte dalla vecchiaia e dalle malattie, che ritenevano giunto il momento di morire e pensavano che la loro vita non avesse più quei connotati di dignità che la nostra Costituzione, all’articolo 32, difende con forza anche dal Legislatore: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La difesa della dignità di ogni uomo dovrebbe dunque essere la stella polare di una legge sul fine vita, come di qualsiasi altra legge sui diritti civili.