Una buona notizia?

Il contratto a tutele crescenti è legge dello Stato. Dal primo marzo le nuove assunzioni a tempo indeterminato saranno regolate da un nuovo contratto. Per questo sito è certamente una buona notizia. Con Tito Boeri abbiamo scritto su lavoce.info il primo articolo a sostegno dell’idea di un nuovo contratto a tempo indeterminato nel 2006.

Possiamo dire che si tratti di una buona riforma e di una buona notizia per il paese? Non ancora. Perché la riforma porti davvero a un miglioramento del mercato del lavoro, abbiamo bisogno di vedere i suoi effetti in termini di riduzione della precarietà. Il risultato non è scontato. Primo, perché alcuni errori di architettura sono stati commessi. Secondo, perché la riforma non è completa. Vediamo in dettaglio questi punti. Sulla riforma degli ammortizzatori sociali e la nuova Aspi, torneremo nelle prossime settimane.

Il nuovo contratto

Dal primo marzo 2015 il contratto a tempo indeterminato per i nuovi assunti non sarà più regolato dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il licenziamento per motivi economici sarà regolato da un indennizzo monetario anche quando l’interruzione di lavoro avverrà senza giusta causa. La reintegra resisterà soltanto per alcune fattispecie di licenziamenti disciplinari. E ovviamente per i licenziamenti discriminatori. Se il lavoratore accetterà la risoluzione immediata del contratto senza aspettare il giudizio di un tribunale, il risarcimento – che partirà da un minimo di due mesi e crescerà di un mese di retribuzione all’anno – sarà doppio.

Sui confini labili tra licenziamenti economici e disciplinari abbiamo già scritto. Il decreto di venerdì ha risolto l’incertezza sui licenziamenti collettivi. L’indennità monetaria senza reintegra si applicherà anche per i licenziamenti collettivi senza giusta causa. Nonostante il parere contrario del Parlamento. Questo significa che nei prossimi anni – in caso di licenziamento collettivo infondato – alcuni lavoratori avranno diritto alla reintegra e altri no. In questa prima fase, il trattamento differenziato tra lavoratori assunti con le vecchie regole e quelli assunti con le nuove sarà forse eccessivo, ma più avanti (quando quasi tutti i lavoratori saranno regolati dal nuovo contratto) la differenza sui licenziamenti collettivi sparirà. Forse un compromesso poteva essere quello di posticipare di qualche anno l’applicazione della parte relativa ai licenziamenti collettivi. Ma il governo ha voluto essere molto decisionista e ha confermato in pieno le nuove regole, anche per i licenziamenti collettivi.

Come valutare il successo della riforma?

Dobbiamo ora aspettarci un aumento dell’occupazione? Su questo punto dobbiamo prestare molta attenzione, anche perché il governo sta facendo un po’ di confusione e un po’ di propaganda.

Di fianco al contratto unico, la Legge di stabilità approvata a fine 2014 ha introdotto un beneficio fiscale per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. È una riduzione di tasse per chi assume a tempo indeterminato che può raggiungere i 24mila euro su tre anni. Non è chiaro se il beneficio si potrà estendere anche al 2016, ma indubbiamente la domanda di lavoro nel 2015 dovrebbe aumentare. Essendo una riduzione del cuneo fiscale per le nuove assunzioni, questo aspetto della Legge di stabilità deve essere visto con favore. Ma i suoi effetti non devono essere confusi con quelli del contratto a tutele crescenti. Se nei prossimi mesi osserveremo un aumento degli occupati, non dobbiamo pensare che sarà necessariamente dovuto al nuovo contratto. Molto probabilmente sarà dovuto al beneficio fiscale.

Che effetti dovremmo quindi aspettarci dal nuovo contratto? Rendendo più facili le interruzioni di lavoro, implicherà ovviamente un aumento dei licenziamenti. Al tempo stesso, renderà anche più facile assumere nuovi lavoratori. Il saldo netto è però ambiguo, come da sempre evidenziato dagli studi empirici in materia.

Il vero obiettivo del contratto a tutele crescenti non va ricercato tanto nella riduzione della disoccupazione, quanto piuttosto nella riduzione della precarietà. Questo significa che la riforma avrà avuto successo se la quota di assunzioni a termine si ridurrà. Come dovrebbe ridursi anche la quota di assunzioni sotto altre forme instabili (in particolare contratti a progetto e false partite Iva).

Gli errori di architettura

Nella riforma vi sono peraltro degli errori di architettura. Il governo nel maggio 2014 (attraverso il cosiddetto decreto Poletti) ha liberalizzato i contratti a termine. Pensiamo a cosa succederà quando il beneficio fiscale della Legge di stabilità verrà meno. Non si tratta di un’ipotesi accademica perché il rischio che il bonus fiscale non sia sostenibile per le nostre finanze pubbliche è molto concreto. In Italia è ora possibile assumere a termine senza causa scritta e rinnovare per cinque volte il contratto nell’arco di tre anni. Nulla vieterà a un’impresa di offrire il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti soltanto dopo tre anni di contratto a termine. Tenendo conto che nei primi due anni l’indennizzo è decisamente modesto, in queste condizioni si rischia di rendere precario un nuovo assunto per almeno cinque anni. Ciò significa che una volta esaurito il beneficio fiscale, la precarietà potrebbe anche aumentare. Una situazione paradossale.

Il governo avrebbe dovuto ridurre a due anni la durata massima del contratto a termine. Nei provvedimenti emanati venerdì si è deciso di non toccare il decreto Poletti del 2014. Il governo ha mosso i primi (timidi) passi per la riduzione del precariato a partire dal 2016, come illustriamo più in dettaglio. I nuovi decreti dovranno comunque attendere il parere del Parlamento: ci auguriamo che questa volta sia più efficace e riesca a convincere il governo a ridurre la durata massima dei contratti a termine.