Basterà l’ennesima inchiesta su una banca popolare e sui suoi vertici per sgomberare il campo da decenni di narrazioni tossiche e di retorica sull’investimento buono, adatto alle famiglie e alle imprese? L’investimento nella banca di prossimità, del Territorio con la “t” maiuscola, quella in cui hai il conto corrente, che dà credito agli artigiani, alle giovani coppie, alle pmi, al commercio. Quella che aiuta sempre i genitori a realizzare i sogni dei figli, che contribuisce a sostenere l’economia locale, che sponsorizza lo sport e la scuola, la parrocchia e il teatro, l’arte, la cultura e le feste. Quella che, insomma, se hai un problema puoi sempre andare a parlarci e vedrai che si risolve.
In tanti hanno vissuto e vivono l’investimento in azioni delle banche popolari e di credito cooperativo proprio in questo modo, salvo poi scoprire che spesso dietro la facciata c’è poca sostanza e che l’investimento magari non è così redditizio come si credeva. Anzi, che a vendere non sempre si riesce, specie nei momenti di crisi quando dei soldi ci sarebbe più bisogno, e che non è nemmeno detto che si recuperi il capitale investito.

Una realtà molto diversa insomma da quella raccontata nel corso di assemblee-happening dall’uomo della Provvidenza di turno, il demiurgo capace di tenere alta la bandiera del Campanile conquistando nuovi territori, nuovi sportelli, nuovi affari e riuscendo al tempo stesso ad aumentare i margini, realizzare sinergie e “creare valore” per tutti. Com’è noto la stragrande maggioranza delle banche cooperative non è quotata in Borsa e il prezzo delle azioni viene determinato una volta l’anno dal consiglio d’amministrazione. Oggi al centro dell’attenzione c’è Veneto Banca guidata da Vincenzo Consoli a cui – in seguito alle ispezioni di Banca d’Italia – vengono contestati vari reati tra cui il falso in bilancio e una valutazione del prezzo del prezzo delle azioni di gran lunga superiore agli effettivi parametri economici e patrimoniali dell’istituto, contribuendo così a diffondere tra i risparmiatori un’immagine di solidità lontana dalla realtà. Nel 2013, costretti da Bankitalia a effettuare pesanti rettifiche delle garanzie sui crediti e a chiudere per la prima volta in rosso il bilancio (quello relativo al 2012), i vertici di Veneto Banca non esitarono a definire in assemblea l’acquisto di azioni dell’istituto come “un investimento valido per famiglie e imprese“, annunciando la proposta di portare il valore dell’azione da 37,75 a 40,75 euro (+7,9%), mentre Consoli mostrava alla platea una slide da cui risultava che tra il 1997 e il 2011 il rendimento annuo lordo delle azioni Veneto Banca è stato in media del 10%. “Cosa sarebbe successo – chiosava – se il capitale fosse stato investito in altre banche quotate in Borsa?”.

L’anno successivo, quando Bankitalia chiese e ottenne le dimissioni dei vertici della banca, intervenne in assemblea il presidente della regione Veneto, Luca Zaia, denunciando “un attacco senza precedenti alla nostra autonomia, un preciso disegno contro il sistema delle popolari e delle banche di credito cooperativo, proprio perché istituti a fianco del territorio, un preciso progetto alla riscoperta di un neocentrismo economico”. E a fianco di Consoli si schierò anche la senatrice veneta del PD Laura Puppato, affermando che l’istituto ha sostenuto le famiglie e le piccole aziende: “Lo dimostra l’80% degli impieghi che sono nella media dei 250mila euro, poche concentrazioni sui grandi clienti come avviene per altre banche meno attente, dobbiamo sostenere questa linea”. Ma il punto non è né Consoli, né Veneto Banca le cui azioni – per delibera del cda – sono costantemente cresciute anno dopo anno dai 14,04 euro del ’97 ai quasi 40 euro dei giorni nostri, mentre l’indice di Borsa dei titoli bancari perdeva circa il 34%. Questo è purtroppo un piccolo grande miracolo che accomuna quasi tutte le banche non quotate, almeno fino a quando il socio non passa alla cassa e chiede di liquidare il suo investimento. La Popolare di Vicenza, ad esempio, ha visto crescere il valore delle sue azioni da 27,01 a 62,5 euro e lo stesso si può dire di quasi tutte le altre, da Nord a Sud passando per il Centro. Saranno più bravi degli altri? Sarà la vicinanza e l’attenzione al Territorio (con la “t” maiuscola)? Può darsi, ma com’è che la Banca d’Italia chiede da anni una riforma delle banche popolari e che – proprio in questi giorni, nel bel mezzo delle polemiche politiche – rilancia ancora mettendo sotto accusa la governance e i tanti limiti delle banche di credito cooperativo che – a dispetto della retorica sul Territorio – vedono invece crescere le sofferenze e si trovano in difficoltà. Non è che forse tutta questa caciara attorno alle popolari è dovuta al fatto che questi istituti sono innanzitutto dei formidabili serbatoi di consenso e poi anche, eventualmente, delle banche?