“Questo è uno strumento per rafforzare la presa sulle società da parte degli azionisti di controllo, isolandoli non tanto dal rischio di scalate quanto dall’influenza dei soci di minoranza“. L’economista Luigi Zingales è così tornato, a titolo personale, sulle ultime scelte del governo Renzi in tema di tutela delle minoranze nelle società quotate in Borsa che la scorsa estate hanno visto l’esecutivo offrire agli azionisti storici la possibilità di raddoppiare i propri diritti di voto in assemblea introducendo il cosiddetto voto plurimo con l’avallo della sola maggioranza semplice. Cioè di sé stessi e non con la maggioranza qualificata dei due terzi dei presenti, come richiederebbe la straordinarietà della delibera. Un tema di stretta attualità nei giorni in cui alla Camera si torna a parlare dell’ipotesi di prorogare la possibilità di varare il voto multiplo con il quorum agevolato che sarebbe invece scaduta lo scorso 31 gennaio.

Lo sanno bene i 93 rappresentanti del mondo accademico e consiglieri di amministrazione indipendenti di 22 società italiane quotate che, insieme a 19 investitori istituzionali internazionali con complessivamente oltre 7.500 miliardi di dollari di asset in gestione e 9 società di consulenza specializzate in diritti di voto e governo societario, hanno sottoscritto una lettera al presidente del Consiglio Matteo Renzi, al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, al presidente della Consob Giuseppe Vegas e ai presidenti delle commissioni di Camera e Senato che avrebbero voce in capitolo sulla norma. Oggetto della missiva che ha trovato eco sul Financial Times, un invito a governo e Parlamento “a non procedere all’estensione temporale del quorum agevolato per l’introduzione del voto maggiorato, tenendo fede così al proprio impegno di assicurare l’equo trattamento per tutti gli investitori. Ciò aiuterebbe a incoraggiare il flusso di investimenti nel mercato azionario italiano e faciliterebbe l’accesso delle società italiane a fonti di finanziamento alternative ai prestiti bancari. La credibilità e l’attrattività del mercato azionario italiano dipendono da un chiaro e lineare impegno a tutelare l’equo trattamento degli investitori di minoranza, in piena coerenza con il diritto societario italiano”.

L’inedita iniziativa congiunta replica, rafforzandole, le istanze rappresentate da una quarantina di economisti e giuristi già firmatari di un primo appello pubblicato dal Sole 24 Ore il 18 gennaio scorso. “Per quanto possa apparire attraente l’idea di premiare la fedeltà degli azionisti, il voto maggiorato in realtà non va a vantaggio di tutti gli azionisti di lungo periodo: come l’esperienza della Francia ha ampiamente dimostrato, gli inevitabili oneri amministrativi che gli investitori devono superare per ottenere il voto doppio sono tali che di fatto i principali beneficiari sono i soli azionisti di controllo”, spiega Zingales.“Nessuno è contario all’obiettivo del governo di promuovere la fedeltà degli investitori e di favorire una creazione di valore sostenibile e di lungo periodo. Ma questa legge, che di fatto dimezza i nostri voti, priva gli investitori dei loro diritti e isola i consigli d’amministrazione dagli azionisti.  Essa rischia di allontanare gli investitori istituzionali dal mercato italiano e pertanto di deprimere i corsi azionari, piuttosto che premiare la fedeltà e rendere l’Italia un posto attraente dove investire“, aggiunge Claudia Kruse di APG Asset Management, che gestisce circa 400 miliardi di euro per conto di fondi pensione olandesi“In un mercato come quello italiano, dove il 90% delle società quotate è sotto il controllo di uno o più azionisti, la tutela prevista dalla legge Draghi è fondamentale per attrarre capitali internazionali. Metterci mano in questo modo rischia di portare l’orologio indietro di vent’anni, al tempo in cui le assemblee erano esercizi inutili, visto che il risultato a favore dell’azionista di controllo era scontato in partenza. Non dovremmo sorprenderci se gli investitori istituzionali dovessero prendere e portare altrove i soldi che gestiscono: questo è uno scenario che proprio non ci possiamo permettere”, chiosa, a titolo personale, il professor Luca Enriques (Università di Oxford).

“La scelta di introdurre il quorum agevolato fu un errore: ad esso è possibile rimediare almeno in parte scartando l’ipotesi di prorogare il quorum agevolato. In caso contrario, si darebbe un segnale negativo agli investitori istituzionali, domestici e internazionali e si renderebbe l’Italia meno attraente come destinazione per gli investimenti di capitale di cui il Paese ha bisogno. Come negli altri mercati azionari sviluppati, gli investitori istituzionali devono mantenere il loro potere di veto collettivo su aspetti fondamentali della vita delle società. Devono inoltre poter continuare a confidare nelle tutele, da lungo tempo esistenti, che garantiscono pratiche societarie trasparenti e corrette”, sintetizza la lettera (LEGGI QUI il testo integrale con l’elenco dei firmatari).