Biagio Conte ha 27 anni quando nel 1990 lascia la sua benestante famiglia palermitana, il suo lavoro e la sua donna per andare a vivere come un eremita sulle Madonie. E dopo un lungo percorso di ricerca di se stesso e di Dio, passando per Assisi, tappa fondamentale del suo percorso, torna nella sua città, si ferma alla stazione, si accorge dei poveri e dei senzatetto, e in un vecchio disinfettatoio abbandonato dà vita alla Missione Speranza e Carità che oggi accoglie centinaia di famiglie cui offre un letto, da mangiare e da vestire, con il sostegno della generosità dei cittadini.

Costato 614mila euro, 160mila arrivati dalla Regione Sicilia, Biagio, il nuovo film di Pasquale Scimeca, dal 2 febbraio esce nelle sale dopo i numerosi Biagio Day in quelle siciliane. Racconta la vera storia di un San Francesco dei giorni nostri e del suo viaggio alla ricerca della fede visto da chi la fede non ce l’ha. Almeno “non ancora – ci dice il regista siciliano – perché la fede è fiducia e come tale te la devi conquistare. Il film è il tentativo di capire il percorso, reale e simbolico, che ha portato Biagio alla decisione di dedicare la sua esistenza ai poveri, agli ultimi, a chi non ha niente, agli esclusi dalla società del consumismo. Perché, come accadde a San Francesco, è in loro che ha trovato Dio”.

Gli anni ottanta hanno imposto il consumismo sfrenato e il divertimento a tutti i costi, e in Sicilia c’è la guerra di mafia, ci sono i morti e ci sono i Corleonesi. “Il sangue scorreva sulle strade, la paura e la violenza erano impresse sulle facce, sulle cose, l’unico Dio era il denaro”, racconta Biagio in un lungo flashback al vecchio giornalista Giovanni (Renato Lenzi) dopo tanti anni dalla sua fuga, quando era scomparso senza salutare nessuno e la famiglia si era rivolta pure a Chi l’ha visto. Ma “dovevo abbandonare me stesso, vivere un altro me”, dice. Così se ne va da solo nei boschi a bere dai ruscelli e a cibarsi di foglie.

“Si deve morire, abbandonare un modello di vita per trovane un altro più umano – spiega Scimeca – e anche oggi dovremmo cercare un nuovo rapporto con la natura che ci faccia capire qual è la nostra vera dimensione umana, affrontando il problema della povertà che rischia di far implodere l’umanità”.

Biagio lascia il segno nel suo cammino, in ognuno che incontra: in Rosario (Vincenzo Albanese) che sta per impiccare il suo cane. Ma lui lo ferma e si prende l’animale, che battezza Libero. Da quel punto il pastore è gentile con lui, gli offre da mangiare fino ad arrivare a chiamarlo “fratello mio”. In Salvatore, suo figlio, che non va in paese a divertirsi con gli amici perché deve badare al gregge anche di notte. Biagio si offre al suo posto: lui gli regala il suo bastone e gli dice che è un amico. E ancora: nell’uomo cui chiede riparo e cibo che gli punta un fucile perché ha paura, che si scusa non appena lo fa entrare. In Michele, che di notte prova a spaccargli la testa con una pietra per derubarlo. Poi scoppia in lacrime e chiede perdono quando Biagio gli dice: “Io i miei soldi te li volevo dare”. E in Nicola, che prima gli tira i sassi, poi decide di non lasciarlo più.

“L’animo umano è complesso – dice Scimeca – in ognuno di noi c’è il bene e il male, come insegnano il Vangelo e i romanzi di Dostoevskij e di Céline, il problema è far emergere la parte migliore, che è proprio il contrario di ciò che avviene nella nostra società, lui ci riusciva con umiltà e amore”. Nel ruolo di Biagio ritroviamo Marcello Mazzarella che nel 2000 fu per Scimeca Placido Rizzotto e ritroviamo anche Corleone, regno di quel Luciano Liggio che nel 1948 fece ammazzare il sindacalista siciliano. Ma qui si vede da lontano, dall’alto dell’eremo francescano di San Bernardo e guadandola Fra Paolo dice “qui il male è radicato dentro”.

“Questo film in realtà nasce un po’ a Corleone – racconta Scimeca – perché è lì che mentre giravamo Placido Rizzotto ho conosciuto il vero Fra Paolo, oggi missionario in Tanzania, grazie al quale ho cominciato a capire che nella vita oltre alla dimensione materiale c’è anche quella spirituale e che va cercata”.

Dunque è un po’ il regista che parla quando nel finale Giovanni confessa a Biagio che da ragazzo sognava di fare un film “che fosse bello e che aiutasse la gente a salvarsi”? “L’intento era quello – risponde – l’arte non può limitarsi alla ricerca del bello, ma deve avere dei contenuti utili per chi ne usufruisce”.