Fiat lux: Turner. Luce sul maestro della luce, Joseph Mallord William Turner, il celeberrimo pittore inglese. Terzo film in costume nella carriera di Mike Leigh dopo Topsy Turvy (1999) e Vera Drake, il secondo sulla creazione artistica, proprio dopo quel Topsy Turvy sulla scrittura e messa in scena del Mikado di Gilbert & Sullivan, passa in rassegna gli ultimi 25 anni di Turner (1775-1851), “non solo un grande pittore, ma un pittore cinematico, di cui mi affascina il contrasto, la tensione tra la sua umanità dura, complessa e le sue opere sublimi”. Candidato a quattro premi Oscar (tutti tecnici: fotografia, costumi, scenografia, colonna sonora), già premiato a Cannes 2014 per lo straordinario attore protagonista Timothy Spall, il film apre sul pittore di ritorno dal Belgio, che a casa ritrova il padre (Paul Jesson) e la fedele, e di più, domestica (Dorothy Atkinson, brava), nonché fugacemente la famiglia che ha allontanato: signora, due figlie cresciute e un nipotino. Non sa che farsene, meglio, non sa come fare con loro, il nostro Turner, che vive per l’arte e va là dove lo porta non il cuore, ma la luce: la costa sudorientale dell’Inghilterra, la cittadina di Margate, dove conoscerà Sophia Booth (Marion Bailey), verace, ottimista affittacamere due volte vedova che finirà per prendersi cura di lui… Altra luce, è il caso di dirlo, viene gettata da Leigh sul consesso artistico dell’epoca, a partire dalla Royal Academic of Arts, dove il nostro non ha vita facile: inviso, dileggiato, invidiato, non smuove di una virgola – salvo un punto rosso in una marina tempestosa scippato al rivale Constable… – la sua poetica, la sua estetica troppo avanti per i parrucconi coevi. Già, Turner fu un precursore letteralmente illuminato, “anticipò” l’Impressionismo e non solo, lavorando animalesca-mente, matericamente, persino parossisticamente sulla tela, come molti avrebbero fatto di lì a venire: gli misero i pennelli tra le ruote, ma non se ne curò, andò avanti a testa bassa, come un cinghiale su un sentiero che nessun altro vedeva.  

Nemmeno la critica: solo una penna, quella giovane e fumantina di John Ruskin, fu irrefutabilmente dalla sua, senza peraltro alcuna riconoscenza di Jmw… Mike Leigh ricorda e stigmatizza questa avventura in solitaria, questo assolo idiosincratico, ma lo fa senza impugnare la bacchetta, senza fare la morale, bensì dischiudendo le porta al comico, perfino il nonsense: si sorride, pure si ride, seguendo le orme, ovvero i colori fisici, fisicissimi di Turner, il sublime evocato su tela, la vita nell’ombra, i grugniti esistenziali(sti), le sveltine da consumare feroce e ferace, le frontiere dell’arte da spostare più in là, verso l’avanguardia e oltre. Sebbene Leigh   – forse punto sul vivo – rifiuti categoricamente e animatamente eventuali metafore porcine sul suo Turner e, dunque, su se stesso, il conflitto scoperto e autobiografico, la tensione avvertibile in ogni inquadratura è tra l’alto e l’immortale del creato e il basso, il quotidiano e caduco del creatore: l’opera d’arte sopravvivrà, non l’artista, e come stupircene? Girando per la prima volta in digitale, Leigh si guarda in casa, trova segreti e bugie d’antan, la coralità di un Another Year lungo cinque lustri, il pubblico fatto privato di un’icona dell’arte britannica e mondiale, senza muovere di una virgola – nemmeno lui – la propria cifra poetico-stilistica: la vita-arte, che qui riluce ancor più per la presenza di Turner.

Il pittore arrivò a rubare al cielo, consapevole che Il sole è Dio”, Mike Leigh non razzia raggi di sole, piuttosto ruba a noi, noi in carne, ossa e anima, perché – confida la compagna Marion Bailey – “il suo Dio è la vita”. Imperdibile.

il Fatto Quotidiano, 29 Gennaio 2015

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