Ci sono luoghi a Roma dove confluiscono troppe realtà. È il ‘mondo di mezzo’, per dirla come Massimo Carminati, il presunto capo di mafia Capitale. Quel luogo dove tutti si incontrano senza differenziazione di ceto.

Nell’arco di alcuni mesi, per imprenditori e dirigenti, ma anche per i meno facoltosi, Roma si chiudeva oltre un portone: quello del civico 190 di viale Parioli, finito al centro di un’inchiesta giudiziaria della Procura capitolina. Qui, due ragazze di appena 14 e 15 anni in uno spoglio appartamento iniziano a vendere il proprio corpo. In cambio volevano vestiti, cellulari e borse, volevano essere semplicemente ricche come gli uomini che frequentavano. Alcuni di questi sono stati accusati di sfruttamento della prostituzione minorile, più dure però sono state le condanne inflitte a chi è stato accusato di aver organizzato quel giro.

Altro caso, altra inchiesta. Perché quell’indirizzo di viale Parioli finisce anche nelle carte di Mafia capitale, che ha scoperchiato un sistema di collusione tra una presunta organizzazione a delinquere, politica e funzionari infedeli a libro paga. E scritto in un’informativa dei Ros dei carabinieri: “Giovanni De Carlo giunge in viale Parioli 190, parcheggia e entra detto predetto civico”. Esce poco meno di 20 minuti dopo. De Carlo, noto a Roma come ‘Giovannone’, non è indagato per associazione a delinquere ma per intestazione fittizia. Che abbia bussato alla porta delle due minorenni non c’è alcun riscontro, ma i carabinieri annotano solo quell’indirizzo.

Ma nelle vicende di viale Parioli, si intreccia anche un’altra vicenda giudiziaria: quella che ha portato all’arresto di Furio Fusco, fotografo romano accusato di violenza sessuale e prostituzione minorile. Perché alcune delle sue modelle erano amiche proprio delle due minorenni di viale Parioli. Una storia questa scoperta da Daniele Autieri, giornalista di Repubblica e autore di un romanzo dove tutte queste storie prendono vita.

A seguito, un estratto del libro “Professione Lolita”, in libreria da venerdì 23 gennaio (Chiarelettere).

Sotto i suoi occhi scorre il Tevere. I platani si riflettono sulle acque verdi e un vento tiepido che soffia dal mare porta alle narici un’aria salmastra di pensieri leggeri. È il migliore e sta da dio. Prende il cellulare dal taschino della giacca, digita un numero e invia un messaggio: “?”. Quindi lo posa accanto al piatto e aspetta.

Pochi secondi e il cellulare vibra, un messaggio: “Ore 16, solito posto”. Un ghigno di soddisfazione. Rilegge il messaggio, poi lo cancella e ripone il telefono nella giacca. Paga e lascia il circolo. Attraversa il sontuoso ingresso in ciliegio e scende la piccola scalinata che porta al parcheggio.

L’autista lo aspetta nella Lancia Thesis grigio scuro. Il presidente apre lo sportello posteriore e si accomoda sui sedili di pelle. Viale Parioli, solito civico” ordina. Arrivato a destinazione, butta un occhio fuori dal finestrino. Valerio Crispi è lì ad aspettarlo. “Chiami Manuela in ufficio – dice all’autista – e le dica che oggi pomeriggio non torno. E che avvisi mia moglie: stasera è confermata la cena dal ministro”.

Apre lo sportello, mette un piede fuori e conclude: “Dimenticavo… torni a prendermi tra un’ora”. Crispi lo riconosce e si precipita ad aprirgli la portiera. “Buonasera presidente” lo saluta ossequioso. Lui esce dall’auto e si guarda intorno con attenzione. “È tutto a posto?”. L’uomo annuisce. “Mi raccomando, Crispi, mi dimostri che tutta l’esperienza fatta nell’esercito è servita a qualcosa”.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 gennaio 2015