Chi è il “super boss dei boss… quello che conta più di tutti?”. “Teoricamente sò io… materialmente conta Giovanni”. È Ernesto Diotallevi, imprenditore legato alla Banda della Magliana, a risponde così alla domanda del figlio Leonardo. La conversazione risale al 21 dicembre 2012 ed è contenuta nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato a 37 arresti e sta squassando i palazzi del potere politico romano e sancito la nascita Mafia Capitale, l’organizzazione che per il gip di Roma “siede a pieno al tavolo di altre e più note consorterie criminali”.

Giovanni è Giovanni De Carlo, classe 1975, incensurato che guidava alternativamente Smart e Ferrari, finora irreperibile, indagato per trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento con l’aggravante mafiosa. Per lui giovedì mattina è scattato l’arresto da parte dei carabinieri del Ros all’aeroporto di Fiumicino, arrivato con un volo da Doha. “La reale portata della risposta può essere compresa appieno solamente legandola al proseguo della conversazione – osserva il gip di Roma Flavia Costantini -. Leonardo spostava i termini del discorso in ambito nazionale: “No a Roma… no, ho capito… non dico a Roma.. in generale… in Italia…”, ricevendo come immediata risposta: “ma per me… rimane Riina.. chi vuoi che sia?…Riina…”.

A De Carlo la Procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, contesta quattro capi di imputazione. E il primo riguarda l’aiuto fornito all’organizzazione e a Massimo Carminati, considerato il boss dagli inquirenti di Mafia Capitale “individuando un’applicazione tecnica che consentiva l’intercettazione ambientale all’interno di uno studio legale”. De Carlo si è consegnato ai carabinieri appena rientrato dalla Thailandia via Qatar. I magistrati nell’ordinanza d’arresto scrivono che “l’ingente disponibilità di risorse finanziarie in assenza di qualsiasi fonte di reddito lecita inducono a ritenere che De Carlo abbia fatto del crimine una scelta di vita“. Il magistrato parla anche del “suo inserimento nel circuito criminale di Massimo Carminati, la sua originaria vicinanza a questi e successiva crescita con acquisizione di uno spazio di autonomia, i suoi rapporti con altri esponenti della delinquenza romana e la sua dedizione al delitto”.

De Carlo dispone di “una rete di soggetti ai quali abitualmente si appoggia, che, ponendosi quali intermediari nei rapporti esterni – scrive ancora il gip di Roma Flavia Costantini -, gli consentono di vivere come un’ombra e di impiegare nel circuito economico lecito le proprie risorse di denaro di provenienza illecita, senza che la sua figura appaia all’esterno”. Ecco “l’ombra”. “Le modalità utilizzate per comunicare da parte di De Carlo rivelano come questi eviti che rimanga traccia di diretti contatti tra loro. Egli è risultato muoversi in sostanziale clandestinità, che ha reso talvolta difficile contattarlo. Tali precauzioni sono finalizzate esclusivamente a eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria”. Diotallevi, , “il quale per sua stessa ammissione si attribuisce il ruolo di colui che ‘teoricamente’ riveste un ruolo di capo nel panorama capitolino, facendo implicito riferimento a “Cosa Nostra”, ha definito De Carlo, rispondendo alla domanda del figlio Leonardo, che gli chiedeva chi fosse il “boss dei boss”, come la persona che “materialmente” conta, indicando che lo stesso ha la propensione a “marcare il territorio” ove esercita la propria influenza”.