Il Governo sembra intenzionato ad abolire il voto capitario nelle banche popolari. Sarebbe una vera svolta, soprattutto se dovesse riguardare solo quelle sopra una certa dimensione. Il voto per azione migliorerebbe il governo societario e accrescerebbe il grado di concorrenza nel mercato bancario.

di Luigi Guiso* (lavoce.info)

Voto capitario e controllo

Facendo seguito alle anticipazioni dei giorni scorsi, il consiglio dei ministri nella seduta odierna ha dato il via libera a una iniziativa che se va a buon fine può avere conseguenze rilevanti per la governance di una parte importante delle banche italiane, migliorare il governo societario e accrescere il grado di concorrenza nel mercato bancario.
Si tratta dell’abolizione del voto capitario nelle banche popolari. Ovvero, della regola vigente per questa tipologia di banche per la quale il diritto di voto degli azionisti (soci) è indipendente dal numero di azioni (quote) detenute. Ogni socio ha diritto a un voto in assemblea, anche se possiede la metà del capitale.
Quale è il problema di un simile assetto di governo? Principalmente la difficoltà del passaggio di mano del controllo. In una società per azioni, è sufficiente comprare i titoli sul mercato per scalzare un gruppo di controllo. L’aspettativa è che chi è disposto a pagare in proprio per comprare azioni per assumere il controllo ha un fondato motivo per ritenere di poter gestire la società meglio di quanto non faccia il management in carica, sorretto da chi oggi esercita il controllo. Il voto per azione garantisce che questo passaggio possa avvenire, e quindi che si possa conseguire il guadagno di efficienza che un management superiore comporta. I potenziali guadagni possono essere notevoli e quindi sono altrettanto grandi le perdite se il meccanismo di riallocazione del controllo funziona male.

Nelle banche popolari (e in genere nelle società cooperative) il cambio di controllo richiede che qualcuno metta d’accordo la metà più uno dei soci per scalzare la gestione corrente, se questa funziona male. Non è difficile capire i limiti del meccanismo. Se un socio o un gruppo di soci sono insoddisfatti della gestione del gruppo dirigente, per estrometterlo devono prima riuscire a convincere della loro analisi la maggioranza dei soci e poi a portarne in assemblea un numero sufficiente. È ragionevole assumere che questa capacità di mobilizzazione e di coordinamento esista se si tratta di piccole cooperative, dove bastano poche telefonate per spiegare le cose e convincere altri soci a partecipare a una azione collettiva contro la dirigenza in carica. Ma per cooperative con migliaia e migliaia di soci, come accade ad esempio nelle grosse banche popolari (la Popolare dell’Emilia ne ha 90mila, per dire), chi mai tra i singoli soci sarà disposto a spendere il proprio tempo (e i propri denari) per radunare altri soci nella speranza di raggiungere una maggioranza che consenta di estromettere il management? Il beneficio, in termini di maggior efficienza della banca, va a tutti i soci, mentre il costo di coordinazione del dissenso pesa solo sul coordinatore. Inoltre, la capacità di mobilizzazione del gruppo che esercita il controllo è molto maggiore di quella di qualunque socio, rendendo arduo qualsiasi piano per estromettere il vertice. Le vicende della Popolare di Milano sono emblematiche, da questo punto di vista.

Non è un attacco allo spirito mutualistico

Di fatto, nelle banche popolari la struttura cooperativa – e il voto capitario che la caratterizza – è servita ai gruppi di controllo di alcune per perseguire le loro ambizioni di costruzione di piccoli imperi, rimanendo al riparo dalla possibilità di un take over, come ad esempio nel caso del gruppo Banca Popolare dell’Emilia Romagna. L’abolizione da parte del Governo del voto capitario nelle banche popolari, soprattutto se come sembra riguarderà quelle sopra una certa soglia dimensionale, è un fatto da vedere con estremo favore. Non si tratta di un attacco allo spirito mutualistico del movimento cooperativo, come i rappresentanti di queste banche si sono già affrettati a sostenere. Non lo è perché le grandi banche popolari di “mutualistico” hanno ben poco, mentre le piccole – che di cooperativo hanno ancora parecchio (soprattutto le Bcc) – conserverebbero le loro caratteristiche di governo. Il provvedimento sarebbe invece una presa d’atto tardiva, perché nessun Governo ha osato finora opporsi al potere di influenza delle popolari più grandi, che alcune banche opererebbero meglio se adeguassero la loro governance alla dimensione e alla funzione che effettivamente hanno, rompendo il velo della cooperazione dietro il quale si nascondono per limitare la loro contendibilità.
Se il Governo Renzi riuscirà a portare a termine questa iniziativa sarà una svolta importante. Ma prepariamoci a vedere schierata tutta la potenza di interdizione di cui sono capaci le banche popolari, a riprova che di “cooperativo” non hanno molto, ma di politico moltissimo.

*Luigi Guiso è professore di Economia all’EInaudi Institute for Economics and Finance, Roma, dopo essere stato profesore allo European University Institute, Firenze. E’ fellow del CEPR e è stato direttore del Finance Program. Gli interessi correnti di studio e di ricerca vertono sui campi dell’economia finanziaria, delle scelte finanziarie delle famiglie, della macroeconomia, dei legami tra economia e istituzioni. Temi recenti di ricerca includono l’effetto della cultura sull’economia e le origini del capitale sociale. Redattore de Lavoce.info fin dall’inizio.