“Marcello, Marcello come here, hurry up!”. La ricorderemo così Anita Ekberg, morta la notte scorsa a Rocca di Papa (Roma) a 84 anni, sotto l’acqua scrosciante della Fontana di Trevi a fianco di Marcello Mastroianni ne La Dolce Vita mentre pronuncia le parole più dolci e sensuali del mondo. Musa felliniana per eccellenza (con lui girò anche un episodio di Boccaccio ’70, I Clowns, Intervista), la Ekberg fu prima di ogni altra cosa una celebre pin-up, nonché Miss Svezia nel 1950.

La sua provocante e generosa bellezza suscitò grande ammirazione nel paranoico produttore Howard Hughes che la introdusse nel mondo hollywoodiano. E da lì in pochi anni si fece strada affiancando, nei loro film, le coppia di comici Gianni e Pinotto, come il duo Jerry Lewis/Dean Martin, nonché sui set di King Vidor e Douglas Sirk. “Anitona”, come la chiamò per decenni Fellini finì poi sul set de La Dolce vita (1960) per la consacrazione: “Mi ricordava le prime tedesche che arrivavano a Rimini in sidecar, già ad aprile si spogliavano sul molo e si gettavano nude nell’acqua gelida”, spiegò nella sua biografia il maestro romagnolo.

“Anita aveva sempre la preoccupazione di ricordare che era un’attrice già famosa negli Stati Uniti, ma la realtà è un’altra: fu Fellini con quella celebre sequenza della Fontana di Trevi a renderla un mito, un’icona cinematografica senza tempo”, ricorda Vittorio Boarini, fondatore della Cineteca di Bologna, presidente della Fondazione Fellini dal 2000 al 2010, ed esperto conoscitore del cinema felliniano. “Attenzione però, l’aspetto più eclatante di quella sequenza è che il bagno della Ekberg nella fontana romana era già successo – continua – nel luglio dell’anno precedente l’attrice era finita su tutti i rotocalchi perché dopo una passeggiata tra le strade di Roma era stata fotografata mentre si toglieva le scarpe e immergeva i piedi doloranti e gonfi nell’acqua di quella fontana. Fellini fu un grande cineasta e un grande inventore ma i fatti che metteva in scena erano addentellati con la realtà”. L’improvvisa mitizzazione per l’attrice e modella svedese fu però per lei grande ostacolo, la sua carriera non ne trasse benefici economici sul lungo periodo. Era impossibile andare attorno al mito, ogni apparizione o battuta non avrebbe mai retto il confronto con il “Marcello come here”.

Il fugace rapporto sentimentale, poi smentito, con Dino Risi (“piccolo uomo, grande str.”, lo definì trent’anni dopo), la relazione con Gianni Agnelli (confermata) e lo spostamento di residenza in Europa non le portano però molta fortuna: film di genere, addirittura con Armando De Ossorio in una pellicola di vampiri, e ancora numerosi particine in commedie di Sordi e Salce, sempre da bellona, sempre con l’esposizione del proprio corpo dinanzi ad ogni altra caratteristica recitativa. Negli ottanta riduce le sue apparizioni in camei come Cicciabomba di Lenzi con Donatella Rettore o ne Il conte Max, remake del film di Vittorio De Sica diretto dal figlio Christian. “Si lamentava sempre la povera Anita delle particine in cui riusciva a recitare”, aggiunge Boarini. “Quando nell’87 Fellini la volle per una parte dell’Intervista, con Rubini e Mastroianni che vanno a casa sua, quella vera, lei mi disse con fastidio di non aver ricevuto nemmeno una lira per quell’apparizione e per la troupe che si posizionò tra salotto e tetto per un giorno”.

L’avanzare degli anni e dei problemi di salute, si fratturò le anche e finì col non riuscire più a camminare, non le permisero più di recitare (l’ultimo film finito alla Quinzaine di Cannes nel 1998 è Le Nain Rouge del belga Yvan Le Moine). Abituata ad un tenore di vita con cameriera e governante in una villetta piuttosto lussuosa della periferia romana, l’attrice felliniana nei primi anni duemila cominciò ad avere problemi di sussistenza. Da qui l’appello nel 2011 del suo tutore Massimo Morais alla Fondazione Fellini per un sostegno economico. Appello che non avrà seguito (la Fondazione Fellini navigava in pessime acque ndr) e lascerà la donna, senza figli e parenti in suo aiuto, in uno stato d’indigenza protrattosi fino alla morte avvenuta in una clinica dei castelli romani: “Io non ero più a Rimini, ma la Fondazione in quei mesi era praticamente inesistente. Sarebbe comunque stato saggio aiutarla – conclude Boarini – io ho sempre pagato le sue apparizioni per le celebrazioni felliniane. Di quello viveva”. Un epitaffio paradossale rimarrà comunque nel perenne ricordo del mito cinematografico e di una bellezza femminile mai tramontata: “della materia e della carne di cui sono fatti i sogni”.