Quando Beppe Grillo lo ha detto la prima volta, ci hanno creduto in pochi: “I 5 stelle sono pronti a votare per il Quirinale un nome proposto dai partiti”. La rivoluzione del Movimento 5 stelle non l’ha fatta la nomina di un direttorio, il leader che si dice “stanchino” a parole e poi delega a cinque parlamentari, e nemmeno un nuovo regolamento scritto in fretta e furia la vigilia di Natale. L’hanno fatta un annuncio e un cambio di strategia: i grillini vogliono fare parte del gioco per il Colle. E all’alba del 2015, la sfida per contare dopo un anno di alti e bassi e tutta qui. Ci saranno le Quirinarie, le elezioni online per scegliere il candidato del M5S, ma se il Pd dovesse arrivare con un nome “pulito” loro non si tireranno indietro. Prima Luigi Di Maio ha fatto finta di nulla. Poi, quando per la seconda volta ha sentito con le sue orecchie le parole del leader, ha rivelato che quella è la strada. La storia torna a bussare alla porta dei grillini. Dopo i “no” a Bersani nel 2013 per la formazione del governo, la partita potrebbe essere diversa. E’ la trattativa più difficile, ma anche l’unica possibile per riscattare un Movimento e ridargli un posto tra i protagonisti. Da quell’incontro in streaming sono passati quasi due anni: i 5 stelle ora indossano giacca e cravatta, conoscono i corridoi dei palazzi del potere e sanno stare in Transatlantico. E qualcosa hanno imparato.

2015, anno di fatiche
Se il 2013 è stato l’anno delle sorprese, con lo Tsunami tour che ha travolto una politica impreparata, il 2014 è stato l’anno delle fatiche: il Movimento è grande e si muove sul territorio, il controllo c’è ma non basta. E’ nato così a fine novembre il direttorio di 5 deputati che cercano di fare da collante con lo staff per attutire i problemi. E’ la soluzione estrema di dodici mesi vissuti con il fiato corto. Tutto comincia con il “vinciamo noi” della campagna elettorale per le Europee e un 21 per cento che fa più rumore di quello che è. Grillo rispose con un video in cui prendeva un maalox ma non è stato l’unico boccone amaro da digerire: il tavolo del confronto con Renzi finito a male parole, le trattative sulle legge elettorale con il Pd che non hanno mai convinto i fondatori M5s, ma anche le contestazioni a Paola Taverna nella periferia di Roma, costretta a gridare: “Non sono un politico”. La macchina ha cercato di ripartire con la manifestazione del Circo Massimo di Roma che ha lanciato il referendum sull’Euro. Nota dolente del 2014 sono state ancora una volta le espulsioni. Il dissenso fatica ad esprimersi nel Movimento: il sindaco di Parma Federico Pizzarotti è la sponda che tutti cercano, ma che sempre si tira indietro. Escono dal gruppo in diciannove solo nel 2014, ma in totale sono 27 dall’inizio della storia.

“Metodo Consulta: votare un nome dei partiti senza sporcarsi le mani si può”

La corsa per il Quirinale: la chance per contare anche dall’opposizione
La partita per i 5 stelle ora è quella del Colle. Già una volta ha funzionato: votare un nome dei partiti senza sporcarsi le mani si può. Il metodo è quello dell’elezione dei giudici per la Corte costituzionale. In quel caso il Pd si è bloccato sulle fumate nere e sul candidato incandidabile Luciano Violante. Finché non sono andati a incontrare i 5 stelle con un nome nuovo. “Trattare con noi è sempre molto difficile”, disse il capogruppo Andrea Cecconi. Non era un’autocritica, quasi una battuta. Ma alla fine, grazie alla buona comunicazione (forse per la prima volta) con Casaleggio e lo staff, la rete ha votato e l’accordo è stato fatto. Nessun inciucio, solo capacità di fare compromessi alla luce del sole. Adesso i 5 stelle vogliono provarci ancora. Il nome non lo faranno fino all’ultimo minuto: “Il nostro viene comunque bruciato”, aveva detto ai tempi della Consulta Danilo Toninelli. Il problema potrebbe essere lo stesso. Fu così con Stefano Rodotà: il coro di sostegno davanti al Parlamento, i partiti che lo scartarono a prescindere. Ma era un’altra storia. Presto per raccontare quello che succederà nelle prossime settimane, specie in un mondo così fluido come quello degli iscritti 5 stelle: il giudice Ferdinando Imposimato è il nome che torna più spesso in rete. Poi Di Matteo o Zagrebelsky. Alcuni erano candidati nel 2013 e arrivarono dietro Milena Gabanelli. Nella lista di due anni fa c’era anche Romano Prodi, l’ex premier e padre dell’Euro, poi tradito da 101 franchi tiratori del Pd. Un personaggio che piaceva ai 5 stelle di un tempo, ma che ora è difficile far digerire ad un Movimento che ha come nuova battaglia il referendum per l’uscita dalla moneta unica.

Arriva il direttorio e la parola “delega” entra nel vocabolario M5s

Direttorio: quando il leader “stanchino” ha nominato 5 deputati
Che qualcosa avrebbe dovuto cambiare Beppe Grillo l’ha capito quando si è trovato sei parlamentari sotto casa a Marina di Bibbona: protestavano per le espulsioni di Artini e Pinna per loro “ingiustificate”. In quel momento il leader si è reso conto che lui e Casaleggio non sarebbero più stati sufficienti e per la prima volta la parola “delega” in un Movimento che vuole essere solo e soltanto dal basso non è più bandita dal vocabolario. Il giorno dopo l’espulsione più traumatica, i cofondatori hanno presentato i cinque nomi a cui affidare l’M5s agli attivisti. Un terremoto per alcuni, un’idea già sentita per tanti altri. Del direttorio si parlava da tempo. Di Battista aveva già provato a proporlo in Assemblea. A Milano, nei dintorni della Casaleggio associati, l’ipotesi era stata accantonata, ma non dimenticata. Così all’improvviso i punti di riferimento sono diventati cinque: Luigi Di Maio, il leader naturale tra i parlamentari, Roberto Fico, Carla Ruocco, Alessandro Di Battista e Carlo Sibilia. “Lavoriamo con loro tutti i giorni, che cosa possono fare di male?”, disse con un sorriso la senatrice Paola Taverna. I difetti si vedono a occhio nudo: mancano senatori, nessuno viene dal nord e il criterio è stato quello della fiducia dei leader. Il trauma però è durato lo spazio di qualche giorno. I cinque servono per la gestione, per coordinare e Grillo, “stanchino”, ora può pensare al nuovo tour teatrale (parte da New York a marzo), ma anche a quello europeo per un progetto che unisca i movimenti dei Paesi del sud (sarà in Grecia in primavera).

Diciannove espulsioni solo nel 2014, ma fuori dall’M5s nessuno riesce ad organizzarsi

Diciannove espulsioni in un anno, mentre Pizzarotti ancora resiste
Il problema mai risolto del Movimento 5 stelle è il dissenso. Chi la pensa diversamente fatica a trovare un modo per esprimersi. “Parliamo. Dove? Non lo so”. La risposta è di Di Maio agli attivisti di Occupypalco: saliti sul palco del Circo Massimo con uno striscione e una lista di domande sulla Casaleggio associati, sono stati espulsi non appena tornati dalla trasferta. 19 parlamentari fuori dal M5s, decine di Meetup diffidati dall’uso del simbolo in tutta Italia e attivisti critici a cui vengono bloccati gli account. Il conto delle teste perse nel 2014 non è da poco, ma Grillo e Casaleggio dicono di essere tranquilli. E’ quel 20 per cento che erano pronti a perdere: “Meglio pochi ma compatti per crescere ancora”. D’altra parte fuori dal gruppo la dissidenza non riesce ad organizzarsi. Gli ex al Senato sono riusciti a dividersi in tre gruppi: misto, Ilic e Movimento X. Il giorno dopo le espulsioni di Artini e Pinna già erano cominciate le riunioni di critici in vista di grandi progetti, ma a due mesi di distanza restano solo piani fumosi. Artini leader che avrebbe potuto riunire i malcontenti (lui alla Camera e Romani al Senato) è stato bruciato da una telefonata con Renzi trasmessa da Piazza Pulita. Ha le spalle coperte dai Meetup, ma potrebbe non bastare. Ancora dentro il gruppo ma con un piede fuori sono, tra gli altri, Prodani, Barbanti, Terzoni, Benedetti, Fucksia, Bulgarelli, Mucci, Sarti: indecisi fino all’ultimo se andarsene da soli, guardano alle mosse di quello che potrebbe essere un nuovo punto di riferimento, Walter Rizzetto. Intanto continua la resistenza di Pizzarotti. Non lo hanno fatto salire sul palco al Circo Massimo e lui ha organizzato l’open day per parlare della sua città. Osservato speciale infine Filippo Nogarin che con Grillo ha un rapporto particolare: si parlano “senza remore e se hanno qualcosa da dire se lo dicono in faccia”. Per ora ha retto il colpo, anche se dopo qualche uscita critica è subito tornato in riga con una lettera in cui ribadiva la sua fedeltà.

Vittorie e sconfitte dell’anno che si chiude
I parlamentari a 5 stelle hanno creato un sito: risultatiM5s.it. Ci scrivono le conquiste che fanno di giorno in giorno: la richiesta è arrivata dagli attivisti che nei Meetup li interrogano su quello che fanno. Tra le vittorie: l’approvazione del ddl sui reati ambientali alla Camera (a firma Salvatore Micillo); la sospensione delle cartelle esattoriali per le piccole e medie imprese che hanno crediti con la pubblica amministrazione (proposta di Mattia Fantinati); la possibilità di destinare l’8 per mille alla scuola pubblica (su proposta di Francesco Cariello). Poi naturalmente la restituzione della diaria rendicontata e di metà dello stipendio. Un risultato anche l’elezione del giudice Alessio Zaccaria al Csm e il blocco compatto contro Luciano Violante. Sul piatto del meno pesa più di tutto la battaglia per le Europee: la vittoria sperata fino all’ultimo e i 17 parlamentari a Bruxelles. Dubbi poi sull’alleanza con il leader nazionalista Nigel Farage: scelta politica ratificata dalla rete, per alcuni è stato un passaggio a destra compromettente. Per altri è stato l’unico mezzo per riuscire ad avere i numeri per fare un gruppo in Europa. Contestato anche il regolamento dei 5 stelle: votato in rete la vigilia di Natale, ha portato all’elezione di un comitato d’appello per le espulsioni. Decide ancora una volta tutto il leader M5s, ma sono istituzionalizzati alcuni passaggi che in tanti chiedevano da mesi: le regole per le cacciate e l’ingresso di una società terza che certifichi il voto. All’alba del 2015 il passato però conta già poco. I 5 stelle si giocano un ruolo nella politica italiana e la possibilità di contare da opposizione nella corsa del Quirinale. Il non mescolarsi mai con i partiti gli ha dato l’arma della differenza quando si è tornati al voto, ma questa volta l’intransigenza potrebbe essere meno importante del portare a casa una faccia “pulita” come nuovo Capo dello Stato.