Le sue pagine erano piene di promesse. Ma il libro dei sogni che nel 2008 ha consentito a Milano di aggiudicarsi l’Expo si è via via sbiadito. Il 2014 è stato l’anno degli scandali, con le inchieste che hanno portato alla luce le tangenti e l’esistenza di una cupola in grado di pilotare l’assegnazione degli appalti. Gli arresti sono arrivati fino ai vertici della società di gestione dell’evento. Nuovi ostacoli si sono così aggiunti alle colpe che la politica ha infilato sin dall’inizio lungo la strada verso l’esposizione universale. Dal peccato originale di prevedere l’evento su terreni privati anziché pubblici all’accumularsi di ritardi su ritardi. Prima nelle decisioni, poi nei lavori sul sito espositivo. Il mantra alla fine è diventato uno solo: fare in fretta, a tutti i costi. Per arrivare in tempo all’appuntamento di maggio 2015. Uno stato di emergenza in cui corruttori e corrotti hanno giocato con più facilità la loro partita.

Un anno per scegliere l’amministratore delegato. Quello sbagliato – Parigi, 31 marzo 2008: Milano batte Smirne 86 voti a 65. L’Expo 2015 è della Penisola. La delegazione italiana festeggia: ci sono il sindaco Letizia Moratti, il presidente della Lombardia Roberto Formigoni e il presidente del Consiglio Romano Prodi. L’investimento pubblico per il solo sito è stimato in 4,1 miliardi di euro, che scenderanno poi a 1,3. Già nelle prime ore dopo la vittoria viene cancellata la torre da 200 metri che avrebbe dovuto essere uno dei simboli del progetto italiano insieme alle vie di Terra e alle vie d’Acqua. I vertici politici annunciano che tempo tre mesi sarà costituita la società di gestione dell’evento. Una promessa che come molte altre è destinata a non essere mantenuta. Subito infatti iniziano i litigi tra Moratti, che vorrebbe una struttura snella con un amministratore unico, e Formigoni, che invece preferisce distribuire più poltrone in un consiglio di amministrazione allargato. Alla fine di mesi ne passano otto: la società pubblica Expo spa viene costituita solo l’1 dicembre 2008, dopo le indecisioni del governo di Silvio Berlusconi, che nel frattempo ha sostituito Prodi a Palazzo Chigi. Fatta la società, ricominciano i dissidi nelle stanze del potere lombardo. Moratti indica come amministratore delegato il suo braccio destro Paolo Glisenti. Ma la nomina salta più volte, a causa soprattutto dell’opposizione di Formigoni, finché il 9 aprile 2009 viene nominato amministratore delegato il deputato del Pdl ed ex ministro dell’Innovazione Lucio Stanca, che ha ricevuto l’investitura da Berlusconi. Finalmente Expo spa ha i suoi vertici al completo, ma dalla vittoria di Parigi è già passato un anno. Stanca rimane in sella per 14 mesi, un periodo del quale si ricordano soprattutto le polemiche per il suo doppio ruolo e stipendio, in Expo spa e in Parlamento. E le polemiche per le sue minacciate dimissioni quando il cda vota contro la sua proposta di scegliere come sede della società i 2.300 metri quadri di uffici a Palazzo Reale, con vista sul Duomo e un affitto da 1,1 milioni di euro all’anno da pagare al comune di Milano. A giugno 2010 le sue dimissioni arrivano davvero e al suo posto viene nominato l’allora direttore generale di Palazzo Marino Giuseppe Sala, ex manager Telecom ai tempi di Marco Tronchetti Provera. A quel punto, ma sono passati più di due anni, Expo ha la sua guida definitiva.

Formigoni e Moratti litigano di nuovo. Più di due anni e mezzo per acquisire i terreni – Intanto da diversi mesi si è aperto un altro fronte tutto interno al Pdl, ancora una volta tra Moratti e Formigoni. Quello dei terreni. Una lotta (responsabile di nuovi ritardi) che nasce dal peccato originale del progetto italiano: la decisione di far svolgere l’Expo su terreni privati anziché pubblici. Si tratta di 1,1 milioni di metri quadrati a cavallo tra Milano e Rho, di proprietà in gran parte della Fondazione Fiera Milano, feudo di Comunione e liberazione, e della società Belgioiosa della famiglia Cabassi. Lo scontro si accende intorno alla remunerazione dei proprietari, che vedranno moltiplicarsi il valore di quelle terre. Nel 2007, ancora prima dell’assegnazione dell’Expo, Moratti si era accordata per una cessione in comodato d’uso fino al termine dell’evento, quando le aree – diventate nel frattempo edificabili – sarebbero state restituite. Ma nel 2009 questa scelta viene messa in discussione da Formigoni, favorevole invece all’acquisto dei terreni da parte degli enti pubblici, che poi li avrebbero rivenduti. Il tira e molla su comodato d’uso versus acquisto, e sul prezzo, si trascina per mesi, mentre i vertici del Bureau International des Expositions, l’organizzazione che pianifica le esposizioni universali, osservano da lontano. A ottobre 2010 un vertice notturno a casa Moratti sembra far cadere la scelta definitiva sul comodato d’uso. Poi, però, salta tutto. Altre incertezze e litigi, finché la giunta regionale decide unilateralmente la costituzione della società Arexpo, che ha lo scopo di acquisire i terreni. E’ il 31 maggio 2011, il giorno dopo il trionfo di Giuliano Pisapia, che al ballottaggio per la carica di sindaco batte Moratti.
Bisogna però aspettare agosto 2011 perché le aree dei Cabassi vengano acquistate. E ottobre perché entrino in Arexpo anche Palazzo Marino e Fondazione Fiera, che conferisce parte dei terreni come quota del capitale sociale e vende ad Arexpo il resto. In totale l’operazione costerà alle casse pubbliche 151 milioni di euro. Ma finalmente Expo ha le aree su cui iniziare a costruire i padiglioni. Dopo più di due anni e mezzo sprecati in giochi di potere, a fine ottobre partono i lavori. La cooperativa Cmc di Ravenna si è aggiudicata il primo maxi appalto, quello per la “rimozione delle interferenze”.

Partono i lavori. E anche le inchieste – Il primo appalto viene assegnato con uno sconto di oltre il 40% sulla base d’asta di 90 milioni di euro. Un ribasso troppo elevato per non insospettire i magistrati della procura di Milano, che aprono un fascicolo d’indagine per turbativa d’asta. Stesso copione per il secondo maxi contratto, quello per la costruzione della piastra, vinto da una cordata di imprese capitanata dalla Mantovani. Anche qui, offerta con un ribasso di oltre il 40% e inchiesta della procura di Milano. Le ditte che si sono aggiudicate i lavori, in ogni caso, mesi dopo riescono a rifarsi dei loro sconti attraverso la presentazione di quelle che in gergo tecnico vengono definite ‘riserve’, ovvero variazioni sul capitolato originario. La Cmc, per esempio, ottiene a novembre 2012 il riconoscimento di 30 milioni di extra costi, votato in una riunione del cda di Expo spa che conclude una serie di passaggi in parte rimasti opachi, come evidenziato da ilfattoquotidiano.it.

I ritardi e i super poteri del commissario. Alla faccia della trasparenza – I lavori nei cantiere vanno avanti, tra rischi di infiltrazioni della ‘ndrangheta i cui interessi su Expo sono sempre più evidenti e nuovi ritardi che si aggiungono ai vecchi. E continuano anche gli scontri politici, questa volta sull’asse tra Milano e Roma, sempre meno disposta a erogare i fondi necessari. A marzo 2012, in conseguenza degli scandali dell’era di Guido Bertolaso, vengono tolti alla Protezione civile i poteri di gestione dei ‘grandi eventi’. La decisione va a limitare anche le facoltà di deroga sulle norme per le opere di cui gode il commissario straordinario di Expo, Pisapia. La macchina rischia di incepparsi e a giugno il sindaco rimette le sue deleghe al premier Mario Monti. Qualche giorno dopo Pisapia ritira le dimissioni e riacquisisce il potere di accelerare i lavori, ma da quel momento inizia quel suo disimpegno che secondo quanto dichiarato nel maggio scorso dall’ex assessore Stefano Boeri ha consentito prima a Formigoni (fino a quando è stato governatore e commissario generale di Expo) e poi al nuovo presidente della Lombardia Roberto Maroni di giocare un ruolo di maggior peso nelle scelte su Expo.
L’allarme per i ritardi nei lavori non si attenua, nonostante la presenza degli operai in cantiere anche di notte. Così ad aprile 2013 il governo Monti, nel suo ultimo consiglio dei ministri prima di passare le consegne a quello di Enrico Letta, approva in tutta fretta una legge speciale per istituire un commissario unico con super poteri, ruolo per cui viene scelto Sala. L’amministratore delegato di Expo spa acquisisce così anche la facoltà di accorciare i tempi delle gare o di sostituirle con l’assegnazione diretta di appalti attraverso procedure negoziate. Una scelta che consentirà di guadagnare giorni preziosi in un cronoprogramma con margini di recupero ormai inesistenti. Ma che porta a continue deroghe alle norme ordinarie, come rilevato di recente dalla Corte dei conti, e non favorisce certo quella trasparenza che la politica, a parole, ha sempre auspicato.

Ultime inchieste. E zero risposte sul post Expo – Il resto è storia dell’ultimo anno. Prima il coinvolgimento di Expo nell’inchiesta che ha portato all’arresto, tra gli altri, dell’ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde Antonio Rognoni. Poi la scoperta della cupola che faceva affari con Expo, oltre che con la sanità lombarda. E la ricomparsa nelle cronache giudiziarie di nomi legati a Tangentopoli: Gianstefano Frigerio, Primo Greganti ed Enrico Maltauro, finiti in carcere insieme, tra gli altri, al numero due della catena di comando di Expo spa, Angelo Paris. Fino alla notizia delle indagini su Antonio Acerbo, il commissario e manager che aveva la responsabilità sull’appalto delle Vie d’Acqua e sui lavori del Padiglione Italia, finito in ottobre agli arresti domiciliari.
Le inchieste hanno lasciato sul sito espositivo tanti cocci e nuovi ritardi. Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone, chiamato d’urgenza a maggio da Matteo Renzi, si è ingegnato per garantire un minimo di trasparenza senza allungare ancora di più i tempi dei lavori. E ha dovuto infilarsi pure nelle diatribe tra Sala e il commissario di Padiglione Italia Diana Bracco per dare l’ok finale all’Albero della Vita, l’ultimo simbolo dell’esposizione rimasto, le cui radici stavano per crescere, ancora una volta, su procedure opache. Il progetto dell’albero è stato ridimensionato, così come quello del tratto sud delle Vie d’Acqua e di Palazzo Italia, uno dei pochi edifici che resteranno in piedi dopo il 2015: tagli indispensabili per non chiudere i cantieri troppo tardi. Intanto rimane ancora senza risposta un grande punto di domanda: che cosa ne sarà dell’area al termine dell’Expo. Il bando per vendere le aree, infatti, è andato deserto.

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