Presentazione accordo Alitalia-Ethiad-ExpoAlla fine ne resterà uno solo. Beppe Sala non è un Highlander, ma attorno a lui cadono, uno dopo l’altro, tutti i manager che aveva trovato o si era scelto, da Antonio Rognoni ad Angelo Paris, da Cecilia Felicetti ad Andrea Castellotti, fino ad Antonio Acerbo. Expo ha ormai un uomo solo al comando, perché le indagini giudiziarie e gli arresti hanno fatto terra bruciata attorno all’amministratore delegato e commissario unico Giuseppe Sala. L’ultima puntata, quella che ha portato agli arresti di Acerbo e Castellotti, ha azzoppato anche il personaggio che è uno dei massimi protagonisti di questa avventura fin dall’inizio, nell’ormai lontano 2007: Diana Bracco.

Imprenditrice farmaceutica, vicepresidente di Confindustria, presidente di Expo spa e commissario generale del padiglione Italia (nonché finanziatrice in proprio dell’evento), Bracco ha presidiato l’affare fin dalla nascita, quando l’ex sindaco Letizia Moratti lanciò la candidatura di Milano per l’Esposizione universale 2015. Qualcuno, allora, fece notare che l’Expo realizzato ai confini tra Milano e Rho avrebbe guarda caso valorizzato un’area contigua di 7 mila metri quadrati, di proprietà della Bracco Farmaceutica. Ma il conflitto d’interessi in Italia non è mai stato un gran problema. Oggi potremmo anche segnalare il cortocircuito fatto scattare da Lamberto Vallarino Gancia, che è uno dei collaboratori più stretti di Diana Bracco al Padiglione Italia, ma anche l’amministratore della sua azienda vinicola (“La CantinaIdeale”).

A ogni buon conto, dopo gli arresti di Acerbo e Castellotti, Palazzo Italia è stato di fatto commissariato da Sala: Bracco può continuare a giocare con i “contenuti”, ma la “polpa” – la costruzione, le gare, i cantieri – passa sotto il diretto controllo dell’amministratore delegato, che ha già chiesto il sostegno tecnico di Mm e Italferr. La parte nazionale italiana dell’esposizione, fin qui guidata da Diana Bracco, è anche quella più in ritardo. È composta dal Palazzo Italia e da altre cinque strutture: il padiglione del Vino e dell’olio, lo spazio delle Eccellenze agroalimentari, quello sul “Cibo dei desideri”, quello delle Regioni e dei territori e, infine, dal padiglione dell’Unione europea, previsto di fronte a quello italiano. Tutte affacciate sul “cardo”, la grande strada che incrocia il “decumano” su cui sorgono (anzi: sorgeranno) i padiglioni nazionali. Palazzo Italia è l’unico in muratura e destinato a restare anche dopo la fine dell’evento. È dunque anche il più lungo e complesso da costruire. Per ora è solo uno scheletro di cemento armato, una sorta di ecomostro ben lontano dall’essere finito.

Un enigma resta anche l’“Albero della vita”, una struttura alta 30 metri, animata con giochi d’acqua ed effetti speciali di suoni e di luci, che dovrebbe sorgere al centro di un laghetto davanti a Palazzo Italia. Sarà realizzato? Bracco ne aveva affidata la cura a Marco Balich, che sarebbe dovuto esserne il progettista ma anche il direttore artistico. A pagare, in parte Expo, in parte gli sponsor: un gruppo di imprenditori bresciani (“Orgoglio Brescia”) è disposto a metterci 3,5 milioni di euro, la Pirelli 2 milioni e altri 2 li ha già pagati la Coldiretti a Balich, per la direzione artistica degli eventi. Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione che sta controllando tutti gli appalti, ha spiegato che non si può fare tutto in famiglia: si devono indire le gare. Il progetto per ora è stato ridimensionato e non si sa se si farà davvero. “Ma è una carnevalata”, dice perfino Vittorio Sgarbi, nominato da Roberto Maroni ambasciatore di Expo. “È un’americanata buona per Las Vegas, inutilmente dispendiosa e simbolo di un’Italia che non esiste”.

@gbarbacetto

Il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2014