terapie riparative lombardiaLa questione del logo dell’Expo 2015 è l’ennesimo esempio del clima culturale che si respira nel nostro paese sotto il renzismo imperante. I soggetti più critici rispetto a come è stata trattata questa vicenda, venuta alla luce grazie all’attento monitoraggio di Gay.it, insistono sul fatto che non ha senso attaccare l’Esposizione Universale di Milano: la responsabilità politica del patrocinio al convegno omofobo – capitanato dai soliti Adinolfi & Miriano, novelli “gatto e la volpe” della presunta difesa della famiglia italiana, anche se non si è capito da chi o da cosa – dovrebbe ricadere interamente sulle scellerate decisioni di Maroni. Non sono d’accordo. Il logo di Expo rappresenta il made in Italy in un settore strategico come quello dell’alimentazione. Regione e altre istituzioni hanno la facoltà di usare quel logo. Se esso viene usato per pubblicizzare qualsiasi oscenità, il problema non solo è politico ma investe, proprio in virtù di chi ne detiene il possesso, il marchio stesso in quanto tale.

Cercherò di semplificare questo concetto: ricordate il proprietario di un famoso marchio aziendale legato alla pasta, prodotto tipico italiano, che esordì con frasi omofobe ad un altrettanto noto programma radiofonico? La società civile minacciò il boicottaggio, negli Stati Uniti e in altri paesi dove le questioni di rispetto delle minoranze sono prioritarie nella percezione della cultura collettiva. Le dichiarazioni di Barilla ricaddero interamente sulla sua azienda. Nei paesi civili certe posizioni antigay, a ben vedere, non hanno cittadinanza.

Avrei, per altro, potuto fare lo stesso esempio citando un ipotetico convegno sulla discriminazione femminile, se non fosse che l’incontro patrocinato da Maroni ha come relatrice proprio la già citata Costanza Miriano, cattolica di ferro, icona di ogni sentinella possibile e autrice di ‘best-seller’ quali Sposati e sii sottomessa, in cui si auspica un ridimensionamento della donna nella società di oggi. Adesso capisco pure che in Expo si parli di nutrizione, ma la falange omofoba da essa patrocinata dovrebbe spiegarci se pensa che il ruolo delle donne debba essere limitato ai fornelli e, visto che c’è, da quali finocchi vuole proteggere la società: è dimostrato quanto sia quelli vegetali, sia quelli in carne ed ossa siano salutari per il benessere di tutti e tutte. Un nome su tutti? Alan Turing.

Ritornando al made in Italy e ad Expo, il problema del logo, usato per far capire evidentemente che nel nostro paese accanto a mozzarelle e ortaggi si produce anche una discreta dose di omofobia – e sarebbe interessante capire come la pensano Oltralpe i nostri partner commerciali in merito (ricordiamo ancora una volta Barilla) – si proietta sulla qualità dei nostri governanti. Perché diciamocelo chiaramente: se il presidente della regione più importante, dal punto di vista economico, si permette il lusso di avallare (anche con la sua presenza) un convegno di estremisti è per il fatto che in Italia la politica continua ad essere largamente assente sulla questione dei diritti Lgbt. Prova è il fatto che le civil partnership, giusto per far parlare i fatti, che dovevano essere approvate entro settembre scorso sono imprigionate in chissà quale castello di chiacchiere, raggiungibile dal solito percorso di buone intenzioni che, si sa, lastricano solitamente la strada che conduce all’inferno. Almeno secondo la saggezza popolare.

Facebook expoIndicativa, per altro, la risposta di Expo sulla pagina ufficiale di Facebook (poi rimossa) che sembra mettere sullo stesso piano la lotta per i diritti e le discriminazioni stesse: “Expo è una piattaforma di confronto che non produce sintesi ma lascia spazio a posizioni diverse e spesso antitetiche tra loro”. La filosofia che anima la legge voluta dal renziano Scalfarotto, a ben vedere, che fa dell’omofobia una forma come un’altra di pensiero.

Adesso, se la nostra classe dirigente vuole essere davvero al passo con le altre democrazie internazionali, deve avere l’autorevolezza di far eliminare il logo dell’Expo da una manifestazione che dipinge i gay come contrari alla famiglia e come minaccia per la società. Ma da un governo, che pure detiene potere sul marchio in questione, e che è ostaggio di Alfano sui diritti civili – e retto da un Pd i cui esponenti a livello locale votano per mozioni omofobe – non possiamo aspettarci niente di diverso che vedere spacciato l’odio contro un’intera categoria sociale come un prodotto della “civiltà” del nostro paese.

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