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Dopo la presidenza di Alfio Mastrapasqua – e dopo il periodo di commissariamento sotto la guida di Tiziano Treu – finalmente l’Inps ha un vero presidente. L’economista Tito Boeri, riformista doc, da anni una delle voci più attente (e più accorate, nell’indifferenza generale) sui temi del lavoro giovanile e  dell’equità tra generazioni, oltre che raro fautore, di questi tempi, di una redistribuzione dei diritti “di sinistra”: non solo volta a togliere ai garantiti e basta, ma soprattutto a costruire un nuovo sistema di tutele più uniforme per tutti.

E proprio a Tito Boeri, ideatore tra l’altro, con Pietro Garibaldi, del contratto unico a tutele crescente, vorrei rivolgere cinque domande sul più grande scandalo generazionale che esista oggi in Italia e di cui il rapporto tra la gestione principale Inps e quella separata, creata nel 1996, è un tragico specchio perfetto. Un ghetto per milioni di lavoratori, che versano lì i loro soldi certi di non ricevere quasi nulla al termine del loro percorso lavorativo.

La prima questione riguarda l’utilizzo dei versamenti alla gestione separata, cassa in attivo, per finanziare le altre gestioni in deficit. Non sarebbe giusto che i soldi versati dai co.co.co, dalle partite Iva, e dagli altri lavoratori atipici venissero utilizzati esclusivamente per costruire quelle tutele che oggi mancano drammaticamente? Come è possibile che i più deboli vadano a finanziare le pensioni dei più forti?

La seconda domanda riguarda, appunto, le tutele: può un lavoratore autonomo non ricevere alcun sussidio di disoccupazione o integrazione al reddito nel caso per alcuni periodi della sua vita fosse impossibilitato a lavorare, ad esempio in caso di malattia? Come è possibile che ci siano milioni di lavoratori che pur versando contributi da anni nei momenti di mancato reddito o malattia siano completamente scoperti? I nuovi ammortizzatori sociali previsti dalla legge delega del Jobs Act dovrebbero riguardare solo quei parasubordinati (che tra l’altro lo stesso Renzi aveva detto di voler cancellare). E tutti gli altri? Dove sta la famosa universalità del sussidio? Su questo punto mi piacerebbe sapere il pare dell’economista di Lavoce.info.

La terza domanda riguarda il peso dei contributi previdenziali della gestione separata, il cui irragionevole aumento non è stato bloccato dalla legge di Stabilità. Come può oggi un lavoratore autonomo pagare il trenta per cento dei contributi, oltre alle tasse, sulle sue fragili entrate e in un momento di crisi economica? Esistono migliaia di giovani professionisti, archeologi, traduttori, designer che non riescono a lavorare a causa del peso contributivo. Ma se questo peso scoraggia a tal punto le persone da far loro chiudere un’attività o smettere una professione, vuol dire che è assurdo e iniquo.

Ma soprattutto, quarta domanda, come è possibile che milioni di lavoratori stiano versando contributi che non serviranno loro ad avere una pensione? Si stanno le istituzioni chiedendo cosa succederà quando intere generazioni di lavoratori avranno l’età pensionabile e un contributo pensionistico di cento, duecento, cinquecento euro? Che ne sarà di loro e della tenuta del sistema sociale? Non sarebbe urgente cominciare a porsi questo tema drammatico, suggerendo riforme previdenziali che comincino ad immaginare una possibile soluzione?

E proprio a questo proposito: quando si deciderà di informare i cittadini del loro destino previdenziale? A quando la famosa busta arancione? E quando l’Inps diventerà un ente che aiuta i lavoratori a ricostruire la loro carriera previdenziale, invece che ostacolarla in tutti i modi, tra scarsa trasparenza e norme tutte a sfavore del lavoratore e dei passaggi tra gestioni?

Solo quando l’Italia avrà modificato il rapporto tra gestioni previdenziali principali e gestioni autonome si potrà dire che forse una qualche equità generazionale è stata raggiunta. Prima di allora, per quante riforme del lavoro e Job Act si possano fare, forse quella parola non avrà senso.

A Tito Boeri facciamo tanti auguri. Nella speranza che finalmente metta mano a una disparità che rischia nei prossimi anni di minare la tenuta stessa del paese.