La Procura di Roma chiederà l’applicazione del 41bis, il carcere duro, per Massimo Carminati, considerato il capo dell’organizzazione denominata dai pm Mafia Capitale. Il 13 dicembre “Er cecato” era stato trasferito nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo (Udine). E assieme a lui erano stati trasferirti gran parte degli arrestati nell’inchiesta che si trovavano a Rebibbia per “incompatibilità ambientale”. L’istanza degli inquirenti al ministero della Giustizia riguarda il solo Carminati e verrà presentata al più presto. Il provvedimento, se sarà accolta la richiesta, sarà comunicato al carcere di Tolmezzo.

Il 12 dicembre il Tribunale del Riesame aveva confermato per Carminati il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis). Il giorno degli arresti. il 2 dicembre, Giuseppe Pignatone, ex capo della Procura di Reggio Calabria e di Palermo, aveva detto: “Con questa operazione abbiamo risposto alla domanda se la mafia è a Roma. La risposta è che a Roma la mafia c’è” battezzando l’organizzazione, che inquinava appalti a Roma ed è stata capace di corrompere esponenti di destra e di sinistra, Mafia Capitale, “un’organizzazione romana originaria e originale: autoctona anche se collegata ad altre organizzazioni e con caratteri suoi proprie e originali”. Una organizzazione che, per gli inquirenti, anche evoluzione di quella Banda della Magliana i cui metodi e almeno una figura costituiscono il substrato della nuova, una sorta di quinta mafia d’Italia.

Quest’organizzazione, svelata e colpita con un’operazione del Ros, governava il “mondo di mezzo” come teorizzato dall’uomo ritenuto il capo della banda ovvero Carminati, ex terrorista di estrema destra dei Nar ed ex membro della Banda della Magliana. E oggi con questa richiesta i pm certificano ulteriormente la loro ipotesi sulla sua leadership.

Ed è Carminati che presenta anche il manifesto dell’organizzazione, la sua funzione e la sua mission: “È la teoria del mondo di mezzo compà. …. ci stanno . . . come si dice . . . i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo … e allora …. e allora vuol dire che ci sta un mondo… un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano… come è possibile… che ne so… che un domani io posso stare a cena con Berlusconi”.

Secondo gli inquirenti Craminati rinnova rapporti, rinsalda relazioni, tesse trame. È  lui che fornisce schede dedicate ai suoi uomini, protegge e “affilia” imprenditori, mantiene i contatti con le altre organizzazioni criminali e contemporaneamente anche con il mondo politico, istituzionale, finanziario. Rapporti anche con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti, come scrivono i pm nel capo di imputazioni. Rimasto coinvolto nei processi più cruenti della storia italiana a partire dal depistaggio sulle indagini per la strage di Bologna all’omicidio Pecorelli ne è sempre uscito assolto. “Le pronunce di assoluzione per alcune delle più gravi accuse sembrano aver contribuito ad alimentare la fama criminale di Carminati, favorendo la creazione di una sorta di mito dell’impunità” scriveva il gip Flavia Costantini nell’ordinanza di custodia cautelare. Oggi a quella fama criminale si aggiunge anche un altro tassello.