E’ il marchio fiorentino Gucci, di proprietà del gruppo francese Kering, a trovarsi questa volta nell’occhio del ciclone dopo la puntata di Report andata in onda il 21 dicembre: la trasmissione condotta da Milena Gabanelli è riuscita a entrare “dentro” il sistema produttivo della maison fiorentina, tenendolo sotto controllo per cinque mesi. Grazie alla collaborazione di un artigiano e del suo socio occulto cinese (che sarebbe responsabile del reclutamento di manodopera a basso costo), il servizio di Sabrina Giannini ha cercato di mostrare come i controlli che Gucci effettua sulle aziende alle quali affida la produzione di abbigliamento e accessori siano sommari e poco accurati: operai che lavorano molte più ore di quelle segnate per i loro part time e borse pagate ai fornitori poco meno di 30 euro vendute poi, in negozio, a 830 euro. Ma la casa di moda non ci sta: “Il servizio ha accusato Gucci di consigliare l’utilizzo di “forza lavoro cinese a basso costo”. Tutto ciò è falso e destituito di ogni fondamento e fortemente diffamatorio” – contesta l’azienda in una nota – così come lo è la frase del servizio : ‘… all’interno dell’azienda… ci deve essere un prestanome italiano…”. Accordarsi a nostra insaputa con laboratori che utilizzano manodopera cinese a basso costo e non in regola, sabotando i sistemi di controllo in essere, è una truffa dalla quale Gucci si dissocia e che perseguirà in tutte le sedi”, dice il gruppo, che aggiunge: “Produciamo il 100% della pelletteria in Italia dando lavoro a oltre 7.000 addetti tra fornitori di primo livello (1.981) e fornitori di secondo livello”.

“Gucci si dissocia nel modo più assoluto dai contenuti e dalla forma del servizio mandato in onda domenica 21 dicembre da Report”

La trasmissione, dal titolo “Va di Lusso“, non è la prima incursione che Gabanelli-Giannini fanno nel mondo della moda: qualche settimana fa, l’inchiesta sullo spiumaggio non regolamentato delle oche (relativamente al marchio Moncler) e sulla fuga dei brand simbolo del made in Italy verso “paradisi produttivi” come la Transnistria aveva dato vita a non poche polemiche. Anche nel caso della puntata in onda il 21 gennaio, la girandola di commenti non ha tardato a mettersi in movimento, soprattutto dopo la nota ufficiale emessa dalla casa fiorentina: “Gucci si dissocia nel modo più assoluto dai contenuti e dalla forma del servizio mandato in onda domenica 21 dicembre da Report. Telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata, solo in aziende selezionate ad arte da Report (3 laboratori su 576) non sono testimonianza della nostra realtà”, spiega l’azienda che, nella nota, risponde punto per punto su mano d’opera, filiera, laboratori e prezzo del profitto. “Gucci ribadisce fortemente la correttezza del proprio operato impegnandosi a rendere sempre più efficaci le azioni conseguenti alle ispezioni, che saranno sempre più numerose”  – si legge ancora – Quanto alla signora Gabanelli, non ha mai posto a Gucci alcuna domanda pertinente su quanto da cinque mesi stava girando”.

Il servizio di Report nasce da una lettera inviata in redazione da un artigiano Aroldo Guidotti a giugno scorso. “Il signor Guidotti, attraverso la sua società Mondo Libero, ha contribuito da metà 2013 al fatturato degli accessori Gucci per lo 0,19% dell’intera produzione – sottolinea ancora la nota dell’azienda – Negli ultimi mesi, Mondo Libero ha subito diversi controlli, anche notturni, a seguito dei quali sono emerse irregolarità relative all’assunzione del personale. Gucci ha chiesto la regolarizzazione di tali situazioni e Mondo Libero ha fornito evidenza che tali irregolarità erano state affrontate e per la maggior parte risolte. Per quanto riguarda l’apparente titubanza dell’ispettore ripreso a telecamere nascoste – prosegue il comunicato – si ricorda che le ispezioni avvengono in due parti: la prima è di controllo documentale e la seconda di azione. Le riprese televisive sono focalizzate sulla prima parte. Ricordiamo altresì che gli ispettori non hanno poteri coercitivi immediati, ma di audit. E proprio l’audit ha evidenziato irregolarità che sono state risolte”.

I 24 euro citati dal servizio si riferiscono solo all’assemblaggio parziale e non considerano minimamente, ad esempio, il costo della pelle, il costo del taglio, quello degli accessori, il confezionamento, la spedizione”

Gucci ha infine contestato il modo in cui la trasmissione di RaiTre presenta la questione dei prezzi, ovvero la differenza tra costo di produzione e prezzo del prodotto al consumatore finale: “Report compara in maniera errata il prezzo di una borsa al pubblico con il costo di una singola fase di lavorazione. I 24 euro citati dal servizio si riferiscono solo all’assemblaggio parziale e non considerano minimamente, ad esempio, il costo della pelle, il costo del taglio, quello degli accessori, il confezionamento, la spedizione e tutto quanto necessario a rendere la borsa disponibile in negozio, fattori che moltiplicano fino a 25 volte quel numero“.