Tagliare i fondi ai patronati può diventare un affare per quelli più grandi, Cgil, Cisl e Uil in primo luogo. Ma anche Acli, Confcommercio, Coldiretti e altri ancora. È quanto sta avvenendo con la legge di Stabilità, attualmente in discussione al Senato. Il taglio da 150 milioni di euro, disposto dal governo, è stato ridotto della metà nella discussione della Camera, ma non si abbatterà in modo uniforme sui 28 patronati nazionali ammessi alla ripartizione dei contributi. E così, 18 di questi rischiano di rimanere fuori dal finanziamento. La stima dei posti di lavoro perduti è di circa 4000 unità. La situazione di questi enti è regolata dal Fondo per i patronati, che ammonta annualmente a circa 430 milioni di euro ed è composto, prima delle norme della Stabilità, dallo 0,226 per cento del monte contributi obbligatori versati agli enti previdenziali. All’atto di licenziare la legge di Stabilità il governo aveva tagliato questo contributo di 150 milioni di euro. Con l’approvazione dell’emendamento della maggioranza il taglio è stato portato da 150 a 75 milioni di euro.

L’emendamento, però, ha introdotto nuove disposizioni particolarmente restrittive. D’ora in poi, infatti, i patronati ammessi alla ripartizione dei contributi devono operare “in un numero di province riconosciute la cui somma della popolazione sia pari ad almeno il 60 per cento della popolazione italiana”. Prima bastava un terzo. Lo stesso accade con le regioni. Non solo: gli istituti di patronato devono avere “sedi in almeno otto Paesi stranieri”, anche se esclude quei patronati “promossi dalle organizzazioni sindacali agricole”. La norma che però fa scattare la tagliola per le organizzazioni più piccole è quella che esclude dal finanziamento gli istituti che abbiano “realizzato per due anni consecutivi attività rilevante ai fini del finanziamento in una quota percentuale accertata in via definitiva dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali inferiore al 2,5 per cento del totale”. La quota di attività svolta è concretamente l’attività realizzata sul totale, cioè la quantità di pratiche che ciascun patronato svolge sul complesso dell’attività totale. Questa percentuale, oggi, forma una graduatoria che vede al primo posto l’Inca-Cgil, con il 19,79% dell’attività complessiva, seguita dall’Inas-Cisl (15,91) e dalle Acli (10,97%). Seguono, ancora, l’Ital-Uil, l’Epaca della Coldiretti, il patronato della Confcommercio, fino alla Epas della Fna. Sotto la quota del 2,5% ci sono 17 piccoli patronati che da un giorno all’altro si vedono sparire i contributi su cui finora avevano contato.

Il paradosso è che, per tagliare quello che i sindacati definiscono un servizio ai cittadini, ai pensionati e ai lavoratori, si realizza il risultato di aumentare i fondi per i patronati più grandi. Dovendo dividere la “torta” con meno soggetti, il vantaggio è diretto. Nonostante il taglio di 75 milioni operato già alla Camera, infatti, che riduce i contributi complessivi da 430 a 355 milioni, il patronato della Cgil, Inca, si troverebbe a incassare da 85,1 milioni a 87,33. La Inas-Cisl passerebbe da 68,4 milioni a 70,18 mentre le Acli potrebbero passare dagli attuali 47,2 a 48,39 milioni di euro. Il beneficio riguarderebbe, poi, la Uil, la Coldiretti, Confcommercio, la Cia, la Cna, l’Acai e la Fna che con la sua Epas si troverebbe a passare da 12,7 a 14,7 milioni.

Restano all’asciutto i patronati minori per i quali la legge prevede solo sei mesi di tempo per mettersi in regola con le nuove procedure. Tra questi ci sono l’Ugl, la Confagricoltura, la Confesercenti per un totale di 18 sigle. Questa la situazione se il taglio si fermasse a 75 milioni. Diverse fonti interessate all’argomento, però, ritengono che il Senato si preparerebbe a ridurre il taglio a 30 milioni di euro portando il fondo complessivo a 400 milioni di euro. La ripartizione per i 10 fondi che supererebbero le asticelle poste dalla legge migliorerebbe ancora. Nel pieno di uno scontro sindacale che vede impegnato il governo si realizzerebbe un vantaggio per strutture che forniscono un servizio ma che, allo stesso tempo, rappresentano un solido punto di appoggio per i sindacati italiani.

da il Fatto Quotidiano del 10 dicembre 2014