Marlon Brando in t-shirt mentre fa colazione prima di indossare il chiodo ne Il Selvaggio e le semisoggettive da sopra le imbarcazioni modello Salvate il soldato Ryan al seguito dell’esercito americano in Sicilia. In questi due scatti si racchiude l’immenso patrimonio iconografico e poetico di Phil Stern, morto a Barstow in California il 13 dicembre a 95 anni, tra i più significativi fotografi del Novecento americano nella ricostruzione del dopoguerra. Primi piani su richiesta, figure intere strappate con naturalezza alle celebrità hollywoodiane, Stern non è di certo mai stato un contemplatore di campi lunghi e paesaggi, perfino quando seguendo gli Alleati in Sicilia il suo occhio si è soffermato continuamente su facce e corpi degli uomini in azione con armi ed elmetti, come su contadini e animali dell’isola liberata.

“Credevo di essere indistruttibile, volevo andare in guerra per distruggere Hitler”, spiegò in un’intervista. Ma la cruda realtà che lo accompagna in Nord Africa, e poi nello sbarco del luglio ‘43 con i “Darby’s Rangers

Nato a Filadelfia il 3 settembre del 1919,  è poi cresciuto a Brooklyn con la sua famiglia di origine russa, a metà anni trenta incontra la sua prima macchina fotografia: la Box Brownie della Eastman Kodak, uno scatolotto nero che a vederlo ricorda più un dagherrotipo che una Polaroid. Eppure il ragazzo sembra non potersi mai disfare di quell’aggeggio ingombrante e oltretutto la sua capacità di ritrarre le persone pare eccelsa. Iniziano ad arrivare le prime richieste delle riviste e nel ’39 l’incarico ufficiale per Friday. Nel ’41 irrompe però la seconda guerra mondiale e Stern non si tira indietro, ovviamente da fotografo: “Credevo di essere indistruttibile, volevo andare in guerra per distruggere Hitler”, spiegò in un’intervista. Ma la cruda realtà che lo accompagna in Nord Africa, e poi nello sbarco del luglio ‘43 con i “Darby’s Rangers” nel litorale siciliano tra Licata e Gela seguendo l’“Operazione Husky”, è quella di un paio di ferite non serissime ma da infermeria per diverse settimane, sia nella prima che nella seconda missione.

C’era una visibilità spettacolare”, ha sempre ricordato Stern di quei giorni italiani, “ci imbattemmo in una fattoria dove un uomo mi chiese perfino se mi poteva piacere la giovane figlia quindicenne Angelina”. Ad ogni modo Stern ricucito torna a casa e forse grazie anche alla collaborazione con Orson Welles sul set di Citizen Kane poco prima di partire volontario, le riviste che bussano alla porta per scattare fotografie stavolta sono un po’ più blasonate. Tra queste Life e Look e con loro i set di E’ nata una stella, Bulli e Pupe, West side story; e le nuove star di Hollywood che rifondano il mito americano: Humbrey Bogart, Audrey Hepburn, James Dean (conosciutissimo lo scatto con il viso del “ribelle” coperto a metà da un maglione a collo alto) e ancora Marylin Monroe, Brando, Jimmy Stewart e decine di celebrità planetarie: “Lo dico senza falsa modestia: le personalità che iniziai a fotografare mi erano stata assegnate dalle riviste. Era iniziata una passione che non è mai terminata”.

“Fossero esistite le macchine all’epoca avrei fotografato anche Gesù cristo nel Cenacolo” 

Ecco allora John Wayne a riposo in boxer quadrettati, espadrillas e borsello su un set western; Jack Lemmon che se la ride travestito da donna in A qualcuno piace caldo; Frank Sinatra con camicione da spostato a braccia aperte contro una parete come fosse un cristo in croce. Seguono le foto del Rat Pack con il solito sulfureo e saltellante Sammy Davies Jr. e un Dean Martin sempre più segnato come fosse sul set di Un dollaro d’onore. E’ il trampolino di lancio per Stern che grazie alla gang di Frank finisce perfino ad essere uno dei fotografi di corte della famiglia Kennedy. Quando JFK si insedia alla Casa Bianca, Phil lo immortala sul palco d’onore e poi al tavolo della cena di gala con Sinatra che accende una sigaretta a Mister President. Hollywood  e  l’America sono ai suoi piedi anche se Stern gliene è sempre interessato il giusto. Perché era uno di quei fotografi che scattava in automatico come fosse l’atto del respirare. L’ultimo click è però quando pochi anni fa in una mostra a Milano dedicata a lui e a Erwin Olaf si permise di abbattere scherzosamente il muro della storia: “Fossero esistite le macchine all’epoca avrei fotografato anche Gesù cristo nel Cenacolo”.
(Copyright foto Phil Stern)