D’ora in poi l’immagine dell’Italia resterà per lungo tempo la scena del doppio arresto di Massimo Carminati, nel buio dell’alba e nell’auto intercettata in pieno giorno sulla strada di campagna dai Carabinieri. O almeno questo sarebbe accaduto se, intanto, non ci fossero stati gli operai ostinati di Terni, di Piombino, dell’Ilva. Per la prima volta, nella densa storia industriale italiana, sono stati gli operai a salvare l’impresa e il loro lavoro, mentre tutti quelli che contano avevano già dato per perduta e liquidata la fabbrica, il posto di lavoro e di quella mitica parola d’ordine, “fare impresa”, che Confindustria e governo ci vogliono proporre come modello di vita. Da ricordare, per quanto riguarda l’Ilva, l’intervento di Maurizio Landini, il sindacalista che si permette di dare lezione ai frequentatori di Cernobbio e alle assemblee confindustriali di padri e di figli. Alla proposta di passare l’Ilva allo Stato, l’estremista Landini obietta che è tempo che il capitale privato si prenda le sue responsabilità come se lo sono prese gli operai.

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I soldi ci sono, quelli sequestrati alla ricchezza fondata sull’inquinamento della famiglia proprietaria. I lavoratori ci sono, non si sono mai allontanati e non hanno ceduto al suggerimento che adesso il lavoro si trova in rete. Il governo? Il governo corre a perdifiato per far votare il Jobs Act, roba dell’età di Margaret Thatcher e dei tempi di Reagan e che, da allora a oggi, hanno eliminato nel mondo milioni di posti di lavoro, attraverso abbandoni, fusioni, delocalizzazioni, giochi spericolati con i fondi pensioni, tutti eventi basati non su un progetto industriale (di luogo, di Paese, di prodotto, di mercato, di mondo globalizzato) ma su questioni del profitto, valutato in trimestri per farsi premiare dalla Borsa, a cui interessano le cifre di questa sera, non il futuro.

Ecco che cosa sta accadendo: a mano a mano che le strutture solide delle fabbriche vengono abbandonate si profila un paesaggio da Blade Runner (il non dimenticato e profetico film di Ridley Scott) un post-mondo in cui, ti spiegano, bruscamente e alla svelta, sia i consiglieri di Renzi sia quelli di Grillo, non si deve più perdere tempo con il mito del posto fisso. Tutto avviene, ti spiegano, in un mondo diverso fondato sulla innovazione (in alternativa si dice “ricerca”) e avviene in tempi stretti, senza le perdite di tempo delle contrattazioni di una volta. Ma non avviene. In Italia la disoccupazione resta altissima, una nuova legge abolisce ogni tutela per chi ancora lavora. E un’inchiesta scopre la lunga e felice carriera di chi dirotta alla grande il danaro pubblico a Roma. E ciò induce per forza ad alcune riflessioni.

1) La candela brucia da due parti. Ho fatto l’esempio di tre fabbriche salvate (se saranno salvate, come sembra) dai lavoratori. Ma quante altre sono state lasciate cadere o fallire, o abbandonate? E quante aziende (anche grandissime) sono partite verso delocalizzazioni che impoveriscono per sempre l’Italia? Nessuno pensa e nessuno ha pensato a un piano industriale, ma solo a una azione punitiva sul lavoro. Basta protezioni e garanzie di giusta causa. L’azione è cieca perché colpisce la parte viva di ciò che resta della fabbrica e della produzione. Dopo avere tolto speranze e fiducia a chi lavora, e avere lasciato che la disoccupazione crescesse fino al 13 per cento, mentre gli imprenditori tendono a ritirarsi e le banche ad astenersi, su cosa vogliamo fondare la fiducia che serve per la ripresa? Ma la candela brucia anche dalla parte della corruzione. Anche in questo caso il solo strumento che funziona, la magistratura, viene svilito e minacciato al punto da tagliare, con un gesto disprezzo, persino i giorni di ferie. Esiste, per fortuna, una autorità (un magistrato) che tenterà la prevenzione dal punto di vista penale. Manca tuttora un Paese mobilitato e un governo guida in un impegno nazionale e collettivo contro la corruzione, mentre la corruzione, se dilaga secondo il modello di Roma, non potrà che inondare il Paese. Di Carminati e di Buzzi non c’è penuria. “La corruzione, non la violenza è l’arma di Mafia capitale”, ha detto il magistrato Cantone, che ha da solo il compito di fronteggiare il pericolo. Infatti, dentro le cariche pubbliche, le imprese, la vita pubblica, le professioni ormai sappiamo che non c’è penuria di gente in attesa di un messaggio del prossimo Carminati.

2) Mettendosi nettamente dalla parte degli imprenditori, e astenendosi dal prendere la guida della lotta alla corruzione, e alla protezione del lavoro, Renzi e il suo giovane team se ne stanno fuori, intenti a riforme che, buone o cattive, saranno forse utili solo dopo che le numerose deleghe vuote diventeranno leggi (dopo anni?), in caso di sopravvivenza del Paese. Al momento provocano fuga dal voto, dal supermercato e da un’idea di futuro che non sembra esistere.

3) È vero che tutto ciò riflette il passaggio da un mondo all’altro e che quindi è inutile alimentare nostalgie a chi invece deve imparare ad accettare il cambiamento? Se è vero, non dovrebbe essere primaria responsabilità di governo assicurare il passaggio da un’epoca all’altra? Ottima idea, votare all’unanimità in Commissione Difesa l’acquisto una flotta nuova e tecnicamente all’avanguardia, per la Marina e di una altrettanto innovativa per l’Aviazione militare, visto che possiamo permettercelo. Ma il lavoro? Intanto altri Carminati (che al momento nessuno conosce ma che, a fatti avvenuti, saranno subito celebri) si tengono pronti. O sono già in azione. Un Paese vuoto, per loro, è il Paese giusto.

Il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2014