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Dl Lavoro, marcia indietro del governo sull’apertura ai contratti pirata. Ma nel “salario giusto” sarà incluso anche il welfare

Nella riformulazione dell'emendamento dei relatori scompare il principio di "equivalenza" che avrebbe consentito anche alle aziende che applicano contratti firmati da sindacati non rappresentativi di accedere agli incentivi per le assunzioni. In compenso nel calcolo del trattamento economico complessivo entrano anche polizze & c
Dl Lavoro, marcia indietro del governo sull’apertura ai contratti pirata. Ma nel “salario giusto” sarà incluso anche il welfare
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Il governo fa un passo indietro sulla norma che riapriva la porta ai contratti firmati da sindacati non rappresentativi. E incassa così il via libera della commissione Lavoro della Camera che ha votato il mandato ai relatori a riferire in Aula sul decreto Primo maggio, con le norme sul “salario giusto” e gli incentivi all’occupazione. Il testo è atteso domani in Aula con la fiducia. Dopo le proteste delle opposizioni e dei sindacati confederali, nella riformulazione dell’emendamento dei relatori scompare il principio di “equivalenza” che avrebbe consentito anche alle aziende che applicano contratti pirata di accedere agli incentivi per le assunzioni previsti dal provvedimento.

Si tratta della parte più contestata della modifica presentata nei giorni scorsi dalla maggioranza, in base alla quale per ottenere i benefici sarebbe bastato dimostrare che il trattamento economico garantito ai lavoratori fosse equivalente a quello previsto dai contratti firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative. Una soluzione sostenuta nei mesi scorsi dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ma criticata dai sindacati confederali, che vi vedevano il rischio di una legittimazione indiretta dei contratti da fame. La nuova versione dell’emendamento elimina completamente quel passaggio e torna ad ancorare il meccanismo ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

In compenso non viene invece modificata l’altra novità contenuta nell’emendamento, cioè la definizione legislativa del Tec, il trattamento economico complessivo che le imprese devono garantire per accedere agli incentivi del cosiddetto “salario giusto”. Secondo il nuovo testo, “si compone di tutte le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite” definite dai contratti collettivi maggiormente rappresentativi. Nel computo rientrano quindi le mensilità aggiuntive, le indennità fisse e continuative e anche “le prestazioni di welfare contrattuale riconosciute alla generalità dei dipendenti”, oltre ad altri istituti che abbiano un valore economico previsto dagli stessi contratti. “Così – osserva il capogruppo del M5S in commissione Lavoro alla Camera Dario Carotenuto – si rischia di legittimare salari monetari insufficienti purché compensati da prestazioni accessorie. Ma affitto, bollette e spesa si pagano con lo stipendio, non con il valore teorico di una polizza sanitaria o di un fondo assistenziale. L’art. 36 della Costituzione parla di una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa: trasformare il welfare da integrazione del salario a suo possibile sostituto significa indebolire i diritti dei lavoratori e favorire una pericolosa compressione delle retribuzioni”.

“Saranno d’ora in poi equivalenti due contratti che danno un Trattamento economico complessivo formalmente uguale ma con un peso molto diverso delle sue componenti, con il welfare contrattuale, non coperto né da contribuzione né da Tfr, che vale come il salario vero e proprio. Una bella fregatura per i lavoratori, un bel regalo ai contratti pirata”, rincarano Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro, e Cecilia Guerra, deputata e responsabile Lavoro del Partito democratico.

Sono stati invece ritirati gli emendamenti a firma Lega e Forza Italia ‘salva imprenditori’, con cui si stabiliva che “nei confronti dei datori di lavoro che applicano il trattamento economico complessivo” previsto dai contratti siglati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, “l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione ha efficacia esclusivamente per il periodo successivo alla proposizione della domanda avente ad oggetto l’accertamento della non conformità ai principi dell’articolo 36 della Costituzione“. Salta anche l’emendamento della Lega che prevedeva che “nel caso di aziende che applicano contratti collettivi nazionali che non sono rinnovati per un periodo superiore ai 6 anni, i predetti contratti cessano ogni efficacia e vengono cancellati dall’Archivio dei contratti del Cnel“.

In mattinata le opposizioni, a fronte dell’assenza della ministra Marina Calderone che era attesa per spiegare il controverso emendamento, avevano abbandonato i lavori parlando di “pantomima” e “abuso di potere sul Parlamento”.

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