Gli orari e le strade che non coincidono con la sua versione, il giallo delle fascette e il suo passato: sono questi gli elementi che hanno portato la Procura di Ragusa, dopo sei ore di interrogatorio, a disporre il fermo “per gravi indizi di colpevolezza” di Veronica Panarello con l’accusa di aver ucciso e occultato il cadavere del figlio Andrea Loris Stival.

La mamma ha sempre sostenuto che il 29 novembre ha accompagnato il bambino a scuola. Ma le indagini di polizia e carabinieri, che hanno visionato le 40 telecamere di Santa Croce Camerina, raccontano un’altra storia. Alle 8 e 32 di quella mattina, l’occhio elettronico davanti la casa degli Stival immortala Veronica, il figlio più piccolo di 4 anni e Loris davanti alla Polo nera. Ma il bambino di 8 anni non sale a bordo e torna verso casa. Dunque non è mai andato a scuola. Lo confermano anche le telecamere piazzate lungo il percorso che dall’abitazione di via Garibaldi porta all’istituto Falcone e Borsellino dove Loris frequentava la terza elementare: l’auto di Veronica non è mai rimasta impressa nei filmati. La 26enne torna a casa intorno alle 8 e 49 e rimane da sola con Loris per 36 minuti. E in una telefonata di pochi secondi al marito, lontano dalla Sicilia per lavoro, dice che i bambini sono a scuola. Secondo i primi esami dell’autopsia la morte per strangolamento avviene proprio tra le 9 e le 10. Alle 9 e 25 Veronica esce di nuovo di casa. Ha sempre detto di essere recata al castello di Donnafugata per seguire un corso di cucina. Ma alle 9 e 27 la sua auto rimane impressa in un filmato a 50 metri dalla strada che porta al Mulino Vecchio, che si trova dalla parte opposta del castello e dove verrà scoperto il corpo del piccolo. La 26enne rimane lì per sei minuti. Arriva alla tenuta di Donnafugata solo alle 9 e 55. Mentre intorno alle 12 e 30 si presenta davanti all’istituto Falcone e Borsellino per riprendere il figlio. Non lo vede uscire e dà l’allarme. Il cadavere viene trovato dal 64enne Orazio Fidone alle 16 e 55 di quel pomeriggio al Mulino Vecchio.

C’è poi l’episodio delle fascette. Due giorni dopo l’omicidio, lunedì 1 dicembre, le maestre di Loris si presentano a casa dei genitori per porgere le condoglianze. Davide Stival, padre del piccolo, su insistenza della moglie consegna una busta di fascette di plastica da elettricista alle insegnanti. “Sono quelle che servono per la lezione di scienze”, dice Veronica. Le maestre rimangono sorprese perché in classe quelle fascette non sono mai state usate. C’è di più. Perché secondo l’autopsia, Loris sarebbe stato proprio strangolato con una fascetta compatibile con quelle consegnate dalla mamma.

Sono questi i principali elementi che hanno convinto il procuratore Carmelo Petralia e il sostituto Marco Roda ad emettere il fermo per omicidio volontario, aggravato dalla parentela, e occultamento di cadavere nei confronti di Veronica Panarello che continua a proclamarsi innocente: “Non sono stata io, era mio figlio”, ha detto durante l’interrogatorio negli uffici della Procura. Dove è apparsa sconvolta, smarrita.

Un carattere fragile il suo, dice chi la conosce. Due tentativi di suicidio alle spalle. Il primo quando non aveva ancora compiuto 14 anni e bevve della candeggina. Il secondo quando scoprì che l’uomo che l’aveva cresciuta in realtà non era suo padre. Aveva 15 anni e tentò di impiccarsi con un nastro di plastica che si ruppe e le risparmiò la vita. Una fragilità che non è passata inosservata a carabinieri e polizia.