La persecuzione della giustizia del Bahrain contro la più nota famiglia di attivisti per i diritti umani del regno va avanti senza sosta. Col padre, Abdulhadi, condannato all’ergastolo, sono le figlie Maryam e Zaynab a proseguire la sfida nonviolenta.

Il 1° dicembre Maryam è stata condannata, in contumacia perché all’estero, a un anno di carcere per “aggressione a pubblico ufficiale”. Come avevamo raccontato in questo blog, la co-direttrice del Centro per i diritti umani del Golfo era stata arrestata il 30 agosto al rientro dall’esilio. Rilasciata il 18 settembre, il 2 ottobre aveva riottenuto il passaporto e aveva lasciato il paese.

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“Quello che importa non è se mi hanno condannato a uno o a 15 anni. La conseguenza è la stessa: se torno in Bahrein finisco in prigione. Non potrò vedere la mia famiglia, soprattutto mio padre. Tuttavia, questa condanna non pregiudicherà la mia determinazione a proseguire nel mio impegno in favore dei diritti umani” – ha detto Maryam, appena appresa la notizia della condanna.

Intanto il 4 dicembre Zaynab, diventata madre per la seconda volta la scorsa settimana, è stata condannata a tre anni di carcere e a una multa equivalente a 6500 euro per “insulto al re”, avendo strappato una foto dell’emiro del Bahrein durante una precedente udienza, a ottobre.

Zainab si sta riprendendo dal parto. L’aspettano, a partire da questa settimana, i processi d’appello per due condanne emesse in primo grado: per aver strappato un’altra foto del re e per aver insultato un agente di polizia mentre lei era in carcere. Poi ci sarà l’appello contro la condanna di giovedì scorso.

Se i processi di secondo grado confermeranno le condanne, il governo del Bahrain potrà vantarsi di aver vinto la sua sfida alla famiglia al-Khawaja: il capofamiglia all’ergastolo, una figlia in carcere e l’altra in esilio.

Chissà se almeno a quel punto gli alleati a Washington e a Londra avranno qualcosa da rimproverare al preziosissimo partner del Golfo.