Se quel simbolo si trovava lì dal 1920, quando re Alfonso XIII ebbe la brillante idea di associare la ditta di famiglia a una squadra di calcio e fare dono della sua corona, un motivo ci deve essere. Al momento, però, non paiono queste le preoccupazioni della dirigenza del Real Madrid, che ha accettato la richiesta di uno sponsor di rimuovere la croce dorata posta in cima al suo stemma. La Banca Nazionale di Abu Dhabi non gradisce: nei paesi musulmani il simbolo ricorda i massacri delle crociate, eterna macchia nella storia del cristianesimo.

A settembre l’istituto di credito aveva sottoscritto una partnership di tre anni con il club castigliano, “un’alleanza strategica con una delle più prestigiose istituzioni al mondo” disse allora il presidente Florentino Perez che per le foto di rito reggeva una mega carta di credito del Real, già provvista di logo rivisitato. “Questo accordo aiuterà il club a conquistare definitivamente i cuori dei nostri tifosi negli Emirati Arabi” aggiunse. A costo di rinunciare alle proprie tradizioni e incassare le critiche di politici e opinionisti, portavoce di una società mai del tutto secolarizzata. “Il club è disposto a scendere a compromessi alla ricerca di nuovi fan e mercati” la stoccata sferrata da Marca.

Non è l’identità, non solo quella, a fare chiudere un fatturato da oltre 600 milioni all’anno con un segno + dell’11% nel 2014, cifre che contribuiscono a abbattere l’atavico indebitamento della società. Un circolo virtuoso che trasforma le voci di spesa in guadagno, come dimostrano le 345 mila magliette del nuovo acquisto James Rodriguez vendute nel giro di poche settimane. Quelle di Cristiano Ronaldo sono addirittura 800 mila, cifre impensabili se ci si limita a una scala continentale. E’ ai mercati esotici, ai nuovi ricchi del pianeta che guarda la dirigenza dei Blancos se c’è da fare qualche sacrificio amen.

D’altra parte la croce era già sparita dallo stemma per qualche tempo nel 2012, durante le trattative tra la Casa Blanca e gli emiri per la costruzione di un mega resort da cinquanta ettari non distante da Ras al-Khaimah. Il progetto saltò in sussulto di lucidità e la croce tornò al suo posto. Di certo i madrileni non subiranno le prese in giro blaugrana: nel 2007, durante una tournée in Medio Oriente, i rivali del Barcellona, sponsorizzati da Qatar Airways, sostituirono la croce di San Giorgio stampata sulla t-shirt con una linea rossa verticale.

Le rinunce sulla propria storia sono solo all’inizio per il Real, che di questi tempi colleziona accordi commerciali: oltre a Fly Emirates, sponsor sulle maglie, la società ha firmato un contratto con Microsoft per la gestione esclusiva dei contenuti digitali del team e annunciato la partnership con Ipic, compagnia petrolifera di Abu Dhabi proprietaria di Cepsa, numero uno in Spagna negli idrocarburi. Ipic Stadium o Estadio Cepsa sono, al momento, i due nomi più gettonati per ribattezzare il Santiago Bernabeu: l’ex pioniere dovrà farsi da parte perché l’arena necessita di lavori per 400 milioni e la soluzione, ancora una volta, parla arabo.

Da tempo ormai gli stadi sono divenuti un veicolo promozionale per le società: prima del Real si era mosso l’Arsenal, che dieci anni fa rinnegò Highbury per incassare gli assegni a sette zeri abbondanti della Emirates, mentre la concorrente Etihad ha piantato la sua bandierina sul Manchester City per 500 milioni di euro. A breve potrebbe toccare al Liverpool e chissà come la prenderà la Kop, forse la curva più bella al mondo. I club spagnoli e inglesi per continuare a riempire le proprie bacheche sono assolutamente disposti a negoziare sulle icone. I tifosi si consolano con i risultati, quando arrivano, e con i ricatti a cui sono sottoposti i colleghi delle squadre minori.

Se le grandi società raramente superano certi limiti, in periferia le bizze di sponsor munifici e presidenti eccentrici varcano spesso i confini dell’umiliazione. Il maestro del genere è l’uomo d’affari malese Vincent Tan, che nel 2012 impose ai tifosi del Cardiff City il cambio d’abiti, con il paradosso che ora i Bluebirds vestono in rosso e sono rappresentati da un dragone. Obiettivo esplicito di Tan era diventare la squadra di tutti i gallesi, quello non dichiarabile sfondare nel mercato asiatico. Pochi giorni fa, invece, il manager dell’Hull City Steve Bruce ha confermato che, dopo mesi di battaglia, il proprietario egiziano del club Assem Allam è pronto a cambiare il nome della sua squadra in Hull Tigers, prospettiva da sempre indigesta per i supporters. Lo scorso anno i nero arancio fecero un gran campionato e raggiunsero l’Europa per la prima volta nella loro storia: sono traguardi simili a rendere meno traumatica la rottamazione del passato e della sua mitologia.