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Baresi e quel grido nello stadio: “Franco, Franco, Franco”. Ho ancora i brividi

Una sera di fine inverno dell'89, ritorno di un quarto di finale di Coppa dei campioni contro il Werder Brema: c'era il timore, forte, della beffa. Il capitano Baresi fece un gesto dei suoi
Baresi e quel grido nello stadio: “Franco, Franco, Franco”. Ho ancora i brividi
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Come si può chiedere a un milanista, milanista vero da quasi 70 anni, di scrivere un pensiero su Franco Baresi? C’è tutta la sua vita che scorre davanti agli occhi e si mescola a un bel pezzo della mia.

Eccole le immagini che ritornano, vivissime a distanza di anni, di decenni, indimenticabili. C’è un repertorio infinito in cui scegliere: Baresi che esordisce in serie A a 17 anni, un ragazzino, il piscinin, da un’idea del grande Nils Liedholm. La festa della stella quando ne ha appena compiuti 19. La malinconia delle due retrocessioni in B che non scalfisce la sua fedeltà ai colori rossoneri. La rinascita della squadra con Berlusconi e Sacchi: Baresi in trionfo sulle spalle dei compagni dopo la vittoria della Coppa dei campioni nella magica notte di Barcellona.

Baresi l’invincibile, l’imbattibile che gioca un pezzo del derby del 1989 con un braccio rotto dopo un contrasto con Klinsman. Baresi in nazionale a Usa ’94, il menisco rotto, l’operazione, il recupero prodigioso, il ritorno in campo a due settimane dall’intervento, pronto a guidare la difesa, migliore in campo che poi, come vuole il sortilegio, sbaglia il rigore e piange come un bambino. La partita di addio a San Siro gremito e triste e il Milan che ritira la maglia numero 6: nessuno potrà più indossare il numero del capitano.

Non c’è che l’imbarazzo della scelta. E allora per superare l’imbarazzo, usciamo da queste immagini più celebri e peschiamone nella memoria del tifoso una che pochi forse ricordano, Una sera di fine inverno dell’89, ritorno di un quarto di finale di Coppa dei campioni contro il Werder Brema. Una partita ostica, come si suol dire: a Brema era finita 0 a 0, l’arbitro non aveva visto che un pallone colpito da Rijkaard aveva superato abbondantemente la linea di porta dei tedeschi. Era già capitato a Belgrado dove poi era finita bene ai rigori. A Milano bisognava vincere e Van Basten ci aveva portato in vantaggio su un rigore un po’ dubbio per la verità. Ma i tedeschi non mollavano e nell’ultimo quarto d’ora premevano. Bastava un loro gol e con la regola del valore doppio dei gol in trasferta sarebbe arrivata l’eliminazione. Non so perché ma c’era il timore, forte, della beffa.

A un certo punto Baresi chiama i compagni della difesa con un gesto dei suoi: calma ragazzi, niente paura, concentrazione anzi intensità come amava dire Sacchi, seguite me e portiamo a casa la vittoria. E a quel punto parte dal tutto la stadio un grido: “Franco, Franco, Franco”. Quando ci penso mi vengono ancor i brividi. Né Franchino come recita l’anagrafe, né Franz in omaggio al grande Beckenbauer, semplicemente ciao Franco!

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