Quando mister Assem Allam comprò l’Hull City AFC nel 2010 salvandolo dal fallimento non si aspettava che dopo aver riportato la squadra in Premier League in tre anni, nel pieno di un campionato tranquillo e con i conti più o meno in ordine, i tifosi gli avrebbero voltato le spalle. E invece gli ultimi sei mesi di storia del club inglese raccontano di una guerra intestina tra il proprietario egiziano e i suoi fan, con la Football Association a fare da arbitro per ora immobile. La colpa? Il proposito di Allam di cambiare il nome del club in Hull Tigers dalla prossima stagione per “questioni commerciali, così da rendere il marchio spendibile a livello globale”.

Apriti cielo: un colpo al cuore per i tifosi dell’Hull City che vedrebbero cancellati 110 anni di storia e un clamoroso precedente in caso di approvazione della FA che aprirebbe la strada del rename per scopi dichiaratamente commerciali. Tutto inizia il 9 agosto scorso, quando i cittadini di Kingston upon Hull, costa est dello Yorkshire, sfogliando il Daily Mail leggono l’intervista ad Allam, arrivato in Inghilterra nel 1968 e divenuto leader nel settore dei generatori industriali con la sua Allam Marine: “City è un’identità perdente. Hull City AFC è un nome troppo lungo. Ad esempio se fossi il proprietario del Manchester City, lo chiamerei Hunter”. Un concetto approfondito appena un mese dopo sulle colonne del Guardian: “L’Hull City dalla prossima stagione si chiamerà Hull Tigers. Dobbiamo aprire il mercato sfruttando il marketing. La tigre è un simbolo di forza, la chiave per aumentare l’attrattiva mondiale del club e guadagnare attraverso il merchandising”.

E’ l’inizio delle ostilità. Mentre sulle maglie, sull’account Twitter e nella pagina Wikipedia della squadra – attualmente 11esima nella serie A inglese – compare il logo ideato dal magnate egiziano, i tifosi insorgono. Lanciano la petizione online NoToHullTigers che a oggi conta oltre 13mila sottoscrizioni, bollando come “un oltraggio” la decisione del loro presidente, ma soprattutto creano il collettivo City Till We Die per contrastare il proposito di Allam anche attraverso la formazione di un supporters’ trust, un modello molto diffuso in Europa – ma non in Italia – che permette a gruppi di tifosi di acquistare una partecipazione del club per dialogare con la proprietà. Pur riconoscendo il ruolo dell’imprenditore egiziano nella rinascita dell’Hull City, sugli spalti del KC Stadium compaiono striscioni di contestazione, sciarpe contro l’operazione di rename e gli attestati di solidarietà si moltiplicano.

La protesta coinvolge anche i tifosi di Middlesbrough, Newcastle, Sunderland e varca lo stretto della Manica facendo capolino anche sulle tribune dello Strasburgo e dei tedeschi dell’Ingolstadt 04. Il fiume in piena non ferma Allam che a dicembre presenta la domanda ufficiale alla FA. Tiepida ma non negativa la risposta della Lega inglese: “Verrà effettuata una consultazione tra tutti gli stakeholder dell’Hull, compresi i tifosi”. Una promessa per ora rimasta lettera morta ma comunque sufficiente a scatenare l’ira del proprietario del City che la scorsa settimana ha bollato gli oppositori come hooligans e minacciato di mollare tutto se entro un mese non otterrà l’approvazione del suo piano. “La realtà è che non esistono evidenze e certezze che il cambio di nome porti benefici commerciali. Rimaniamo fiduciosi che la FA farà la scelta giusta – spiega il collettivo City Till We Die – per proteggere le tradizioni dell’Hull City AFC e per tutti gli altri club la cui identità possa essere esposta a minacce simili. E’ una questione di visione: per noi l’Hull è un club, per Allam un brand”.