“Non ci stiamo assolutamente allontanando dalla strada del risanamento dei conti pubblici”.  Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, rivendicando di non essere un burocrate, ha così commentato a Repubblica la decisione di Bruxelles di non sanzionare Italia, Francia e Spagna per il mancato rispetto del patto di stabilità. “Nel nostro rapporto faremo una valutazione molto chiara dello stato dei conti pubblici. Ma la Commissione è un organo politico, non burocratico. Anche per questo ho chiesto al vicepresidente Dombrovskis e al commissario Moscovici di non tenere una conferenza stampa in occasione delle prossime previsioni economiche”, ha aggiunto alla vigilia della presentazione ufficiale dei risultati degli esami comunitari attesa per venerdì 28 novembre. Il perché dell’insolita richiesta? “Le previsioni economiche sono il frutto del lavoro di uno staff tecnico, che elenca cifre e percentuali che si commentano da sole. Se vogliamo che la Commissione sia davvero un organo più politico, non dobbiamo dare nessun endorsement a questo tipo di analisi tecnica”.

E a proposito di politica, secondo l’ex primo ministro del Lussemburgo fresco di mozione di sfiducia in Ue per l’affaire LuxLeaks degli accordi fiscali elusivi stipulati tra il Granducato e una buona fetta delle imprese attive nel Vecchio Continente, “il problema è che in questa legislatura per la prima volta siedono un centinaio di deputati che per principio votano contro l’Europa in qualsiasi occasione. Per questo con Martin Schulz abbiamo creato una maggioranza europeista tra socialisti e popolare, con il sostegno dei liberali e in qualche caso anche dei verdi. Il nostro obiettivo è dimostrare che tra Parlamento e Commissione c’è un nuovo modo di cooperare”. Nel merito dello scandalo, poi, Juncker sostiene di non aver risposto subito perché “quelle che mi rivolgevano non erano domande, ma attacchi personali”. Quanto al suo operato alla guida del Granducato, il presidente della Commissione non rinnega nulla: “Noi non volevamo danneggiare gli altri Paesi. Ma certo cercavamo di attirare in Lussemburgo le grandi imprese” quindi “rifarei le stesse scelte. Ma forse guarderei più in dettaglio alla legislazione fiscale che non era di mia diretta competenza”.

Guardando invece al presente e, in particolare, alla scarsa dotazione finanziaria dell’atteso piano di investimenti che assomiglia molto al famoso topolino partorito dalla montagna, “abbiamo preso i soldi che erano disponibili. L’importante era far presto, mandare subito un segnale. Se avessimo chiesto più fondi dal bilancio Ue, avremmo dovuto avviare una procedura di modifica dei trattati. Quanto ai contributi nazionali, dopo una serie di incontri e colloqui, sono giunto alla conclusione che era inutile perdere tempo ed energie a discutere con i ministri delle finanze per ottenere da loro un impegno preventivo”.