“Mi dispiace molto per la perdita di una vita, ma ho fatto semplicemente il mio lavoro nel modo giusto“. Rompe il silenzio l’agente Darren Wilson ai microfoni di ABC News, nella prima intervista dopo la decisione del Gran giurì di non incriminarlo per la morte del 18enne di colore, Michael Brown. Il poliziotto, alla prima comparsa in pubblico dall’uccisione del ragazzo a Ferguson, nel Missouri, avvenuta lo scorso 9 agosto, ha raccontato che quel giorno Michael afferrò la sua pistola mentre l’agente era dentro l’auto. Lui, spaventato, dovette aprire il fuoco: “Sono dispiaciuto, ma non avrei fatto nulla di diverso. Avrei fatto lo stesso anche se il ragazzo fosse stato bianco. La mia coscienza è pulita perché stavo facendo il mio lavoro, anche se – ha ammesso – quello che è accaduto è difficile da cancellare”. Proseguono intanto le proteste della comunità afroamericana a Ferguson e in tutte le principali città americane dopo il verdetto del Gran giurì. Il presidente Obama ha invitato alla calma: “Per le violenze non c’è nessuna scusa”.

Nell’intervista, di cui sono uscite alcune anticipazioni, Wilson ha riferito che il 9 agosto fu la prima volta che sparò con la sua arma in servizio. Il poliziotto 28enne ha smentito che Brown tenesse le mani in alto quando fu colpito, come affermato da alcuni testimoni, raccontando di aver pensato che fosse suo dovere inseguire il ragazzo dopo che lo aveva affrontato nell’auto della polizia. Ai giudici aveva dichiarato di avergli semplicemente chiesto di camminare sul marciapiede e che il 18enne di Ferguson era così furioso che sembrava un demonio. La famiglia del giovane ha intanto annunciato, tramite i legali, che spingerà perché il poliziotto, che rimarrà in congedo dal servizio, venga incriminato a livello federale.

A Ferguson, dopo la decisione del Gran giurì di lunedì scorso, la tensione è altissima e nella seconda notte di proteste sono state arrestate 44 persone che hanno violato gli ordini della polizia di andar via dalle strade o dal percorso dei veicoli degli agenti. Il governatore del Missouri Jay Nixon ha fatto affluire i rinforzi per la Guardia Nazionale, triplicandoli da 700 a 2200 unità. Anche se gli episodi di violenza sono stati meno di quelli registrati la notte prima, quando i dimostranti, come dichiarato dal capo della polizia locale Jon Belmar, avevano sparato contro gli agenti almeno 150 colpi, il portavoce delle forze di sicurezza ha comunicato che diversi veicoli, tra cui un’auto della polizia, sono stati danneggiati. Gli agenti sono intervenuti ricorrendo a lacrimogeni e spray al peperoncino solo quando i manifestanti hanno rotto i vetri della sede del municipio. Proprio nella contea di St. Louis, la stessa di Ferguson, due agenti dell’Fbi sono stati colpiti con arma da fuoco da un uomo che si è barricato in casa e portati d’urgenza in ospedale. La sparatoria però, stando a quanto riferiscono le autorità, non è legata ai disordini per la morte di Brown.

Le proteste intanto si sono estese nelle principali città americane: ChicagoBaltimora, San Francisco, Seattle e molti altri grossi centri, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per la seconda notte di seguito, bloccando ponti, tunnel e autostrade. A New York una folla si è riunita nel tardo pomeriggio a Union Square e, scandendo il nome Michael Brown e slogan come “un distintivo non è una licenza di uccidere”, ha iniziato a marciare, arrivando fino al Lincoln Tunnel e bloccandone l’entrata per una ventina di minuti. Bloccate anche diversi altre arterie della città, mentre diverse persone sono state arrestate.  A Washington, un gruppo di manifestanti hanno inscenato un ‘die-in‘, sdraiandosi in terra e fingendosi morti davanti ad alcune stazioni di polizia, per quattro minuti e mezzo. “Per simboleggiare le quattro ore e mezza che Michael Brown è rimasto sull’asfalto dopo essere stato ucciso”, ha spiegato uno di loro. A Boston i manifestanti si sono diretti verso l’autostrada, bloccando le rampe di accesso. Le manifestazioni superano anche i confini americani: a Londra è pronta una veglia di solidarietà mentre a Tokio è programmata per il 5 dicembre una marcia silenziosa.

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in un discorso a Chicago ha usato toni molto duri contro i protagonisti dei disordini: “A quelli che pensano che quello che è successo sia una scusa per la violenza dico che non ho per loro nessuna solidarietà, nessuna solidarietà per chi distrugge le proprie comunità. Atti come incendiare edifici, bruciare auto, distruggere proprietà – ha aggiunto – sono reati che non ammettono scuse e che devono essere perseguiti. Il problema non è solo di Ferguson, ma dell’America“. Obama ha comunque mostrato la sua vicinanza agli afroamericani, mentre sta ancora valutando se è il caso di recarsi personalmente nella cittadina del Missouri: “Le frustrazioni che abbiamo visto hanno radici profonde in molte comunità di colore che credono che le nostre leggi non siano applicate uniformemente. Tuttavia – ha ribadito – voglio che tutte queste persone sappiano che il loro presidente lavorerà con loro”.