Poco meno di 5 miliardi di euro, quasi 7 o 5,4? A pensarci bene forse la risposta non c’è, perché il costo “non è ancora determinabile“. Non si ferma il balletto di cifre intorno alla Tav, dopo che nel contratto di programma di Rfi (la società delle Ferrovie dello Stato che gestisce la rete) è spuntato un aggiornamento che aumenta la previsione di spesa complessiva da 8,3 a 12 miliardi, di cui 6,9 a carico dell’Italia, contro i 4,8 stimati in precedenza. Cosa che ha scatenato accese proteste anche da parte dei più convinti sostenitori dell’alta velocità Torino Lione, come il senatore Pd e vicepresidente della commissione Trasporti Stefano Esposito, il quale la settimana scorsa ha chiesto un’audizione urgente dei vertici di Rfi e dei ministri competenti. Ebbene, martedì l’amministratore delegato di Fs, Michele Mario Elia, e il presidente, Marcello Messori, sono stati auditi al Senato, in commissione Lavori pubblici, per chiarire la questione. Peccato che i dubbi rimangano immutati. Perché il primo, più volte interrotto da proteste e domande dei senatori a partire dallo stesso Esposito, ha parlato di un costo totale pari a 9,9 miliardi, 5,4 dei quali a carico di Roma e il resto a spese di Parigi. Da notare che la precedente stima era di 4,8 miliardi. Ma Messori, che due settimane fa ha rimesso tutte le proprie deleghe tenendo solo quella per il controllo interno, ha riferito invece che la cifra “non è ancora determinabile con precisione perché ci sono una serie di fattori intervenienti che lo rendono incerto”. E, se non bastasse, c’è “incertezza anche sui ricavi“.

Insomma, Elia aveva appena finito di spiegare il piano dei lavori – dureranno “dieci anni più due” e lo scavo del tunnel di base “dovrebbe cominciare a tre anni da quando è definita la partenza del promotore finanziario”, che subentrerà alla società mista italo-francese Ltf incaricata di gestire progettazione e realizzazione dell’opera – e dettagliato il costo – 9,9 miliardi, di cui all’Italia “tocca circa il 58% e alla Francia il 42%” – quando Messori ha fatto una rivelazione che lo smentisce su tutta la linea. Sollevando anzi ulteriori motivi di perplessità. “L’analisi costi-benefici – ha spiegato l’economista e docente universitario – è stata fatta prima della crisi del debito sovrano in Europa e dopo il mondo è cambiato. Il 2015 non è assimilabile al mondo del 2007-2008. C’è un’estrema incertezza per i costi e i ricavi. D’altro canto, l’opera non è stata definita soltanto su iniziativa europea ma fa parte di un progetto europeo. Ci sono dunque due fattori da valutare: quell’incertezza sui costi-ricavi e il fatto che bisogna porre l’opera in una prospettiva europea”.

Una vera e propria tegola, dunque, sul travagliato progetto dell’opera che proprio martedì mattina il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi ha confermato essere “strategica non solo per l’Italia ma per l’intera Europa”. Senza però sbilanciarsi sulla scivolosa questione del conto finale: su questo Lupi ha dribblato limitandosi a dire che “i costi stabiliti per la Torino-Lione sono i costi su cui Italia e Francia insieme presenteranno all’Europa a febbraio-marzo del prossimo anno la richiesta di cofinanziamento”.