L’operazione era stata annunciata in pompa magna a fine 2009 ed è stata perfezionata a metà 2010. Grazie alla cessione delle attività di banca depositaria al colosso americano State Street, Intesa SanPaolo ha incassato 1,75 miliardi di euro, ha fatto una plusvalenza lorda di 740 milioni e un recupero dell’avviamento di circa 540 milioni con un effetto positivo di circa 37 centesimi di punto sul coefficiente patrimoniale Core Tier 1. In parole povere, Intesa SanPaolo ha fatto un affarone e si è rafforzata patrimonialmente: “E’ una super-operazione – dichiarò l’allora amministratore delegato Corrado Passera – l’effetto sui conti e sulla nostra patrimonializzazione è importante, qualcuno pensava che in questo caso non avremmo rispettato gli impegni, ma come sempre li abbiamo rispettati”.

A fronte di una plusvalenza lorda di 740 milioni anche il fisco italiano era pronto a fregarsi le mani e invece è rimasto sostanzialmente a bocca asciutta: una parte rilevante delle attività di banca depositaria erano infatti in capo a SanPaolo Bank, con sede a Lussemburgo, e sono state cedute a State Street Bank Luxembourg seguendo le regole fiscali del Granducato. A poco più di quattro anni di distanza, ora su quell’operazione si alza in parte il velo grazie ai documenti di Pricewaterhouse Coopers diffusi dall’International Consortium of Investigative Journalism. Si tratta dei cosiddetti “Luxembourg Leaks” che provano i patti segreti con il fisco lussemburghese da parte di aziende di tutto il mondo. Patti volti a ridurre notevolmente (per non dire azzerare) l’impatto fiscale di tante operazioni straordinarie, come la cessione appunto di SanPaolo Bank a State Street.

I vantaggi fiscali di quest’operazione appaiono notevoli e passano per l’ammortamento dei cosiddetti asset intangibili, per l’abbattimento delle imposte sul reddito d’impresa attraverso il complicato ma efficace sistema lussemburghese dell’accantonamento di speciali riserve e – ciliegina sulla torta – sulla dichiarazione di esenzione da imposte del trasferimento di quegli asset, come se non venisse realizzato alcun guadagno. Nel leggere la lettera inviata all’amministrazione fiscale lussemburghese, colpisce la maestria e la professionalità con cui i consulenti fiscali di Pricewaterhouse Coopers si destreggiano tra le regole indicando al fisco le esenzioni che desiderano, gli importi che dichiarano, il trattamento di maggior vantaggio … E colpisce ancor di più vedere come in appena 3 giorni l’ufficio delle imposte sulle società abbia vidimato le richieste dei consulenti definendole in linea con la legislazione fiscale e la pratica amministrativa. Un timbro, una sigla e centinaia di milioni di euro passano da una mano all’altra a fronte del pagamento di un’imposta irrisoria (lo 0,5% o poco più). Sicuri che questa pratica sia davvero in linea con la legislazione europea?