La nuova offensiva dell’esercito egiziano nella penisola del Sinai potrebbe rappresentare l’ennesimo fallimento per il governo del Cairo. Al momento, il presidente Sisi sembra giocarsi il tutto per tutto per fermare gli attacchi terroristici che, dalla deposizione del presidente islamista Mohammed Mursi nell’estate del 2013, hanno colpito centinaia di edifici e posti di blocco di militari e polizia. Ma ancora una volta, il governo egiziano sembra spendere le proprie energie verso l’obiettivo sbagliato. La nuova campagna è partita dopo gli attacchi del 24 ottobre scorso, che hanno causato la morte di circa 30 soldati a pochi chilometri dal confine con Gaza. Un attentato che ha mostrato la debolezza del piano militare iniziato da più di un anno e che, secondo le informazioni diramate dall’esercito, ha portato all’uccisione di diversi leader jihadisti e a numerosi arresti.

“L’Egitto sta affrontando una battaglia esistenziale contro gli islamisti”, ha affermato il presidente El Sisi nel suo discorso alla tv di stato. Il capo di stato egiziano ha implicitamente puntato il dito per l’ennesima volta su Hamas, il movimento palestinese dichiarato organizzazione terroristica alla pari dei suoi cugini politici egiziani, i Fratelli Musulmani. Così, i militari hanno intensificato le operazioni via terra e i raid aerei, hanno imposto il coprifuoco per 14 ore al giorno nel nord della penisola e hanno chiuso il valico di Rafah. Inoltre, l’esercito sta lavorando per creare una zona cuscinetto lunga 14 km e larga 500 metri lungo il confine con Gaza. Circa 800 case sono state evacuate e demolite con la dinamite.

“Potranno restare anni o secoli a cercare di distruggere i tunnel o le case attorno a Gaza, ma così non si combatte il terrorismo”, spiega da Rafah un giornalista locale raggiunto su Skype  – i terroristi sono prevalentemente beduini, conoscono la zona perfettamente e hanno delle tattiche molto affinate. Chi vive nella penisola sta nel mezzo a guardare e non collabora perché odia sia lo stato che i jihadisti”. Diversi membri delle tribù beduine della penisola – Sawarka, Tarabin, e Breikat – sono da decenni coinvolti in traffici e attività criminali a causa dell’estrema povertà della zona. Dopo la rivoluzione, le speranze di sviluppo degli abitanti del Sinai sono presto svanite e le autorità statali, ripetendo la fallimentare strategia del precedente dittatore Mubarak, hanno continuato a occuparsi della penisola solo per questioni di sicurezza. “La grande operazione decisa in questi giorni è solo una risposta di facciata – continua il giornalista da Rafah. c’era l’esigenza di togliersi dall’imbarazzo perché le operazioni anti terrorismo sono iniziate da più di un anno, il 90% dei tunnel è stato distrutto ma gli attacchi continuano come prima”.

Intanto l’Isis ha annunciato, tramite un comunicato, che il Califfato islamico sarà istituito in Sinai, definendolo “il primo passo sulla strada dell’invasione di Gerusalemme“. Ma al momento, i gruppi terroristici presenti nella penisola, tra cui il più potente, Ansar Bayt Al Maqdis, non hanno affiliazione diretta con l’organizzazione del califfo Al Baghdadi. Ma secondo molti analisti, la repressione del governo contro tutti i movimenti islamici, senza alcuna distinzione, nel nome della lotta al terrorismo può aumentare il consenso verso il califfato. Secondo i dati del Ministero degli Interni, 600 egiziani avrebbero già preso parte alla lotta armata con l’Isis in Siria e Iraq.

“Quello che sappiamo è che la base di ABM sta facendo pressione per allearsi con Baghdadi ma i leader di questi gruppi in Sinai, per ora, vogliono mantenere la loro autonomia finanziaria e di decisione”, dice a France 24 Bernard Rougier, ricercatore dell’istituto Cedej al Cairo. Verificare i dati forniti dal governo sui presunti jhadisti e sulle operazioni in Sinai è, però, impossibile. Le autorità egiziane hanno imposto, infatti, un black out mediatico. Nessun giornalista straniero ha avuto l’autorizzazione per raggiungere il Sinai “per ragioni di sicurezza” mentre i pochi reporter locali nella zona vengono spesso minacciati dai servizi segreti o periodicamente arrestati. A fare le spese dell’operazione militare egiziana è anche la popolazione di Gaza. Il valico di Rafah per l’ennesima volta potrebbe restare chiuso per mesi, impedendo la ricostruzione nella Striscia martoriata dal conflitto della scorsa estate.