Il mondo FQ

La Spagna vuole sanzionare i giornalisti che fanno inchieste: il caso de La Directa e dei poliziotti infiltrati nelle associazioni indipendentiste

La testata spagnola rischia sia una multa sia l'ordine di ritirare quanto già pubblicato per aver rivelato le infiltrazioni senza mandato nei collettivi catalani. Il caso che scuote il giornalismo - e la democrazia - in Spagna
La Spagna vuole sanzionare i giornalisti che fanno inchieste: il caso de La Directa e dei poliziotti infiltrati nelle associazioni indipendentiste
Icona dei commenti Commenti

Un episodio che sta sollevando forte preoccupazione nel giornalismo indipendente catalano arriva da La Directa, testata cooperativa che da anni indaga su repressione, diritti umani e controllo dei movimenti sociali in Catalogna e nel País Valencià. Negli scorsi anni il giornale ha pubblicato una serie di inchieste che hanno rivelato l’esistenza di agenti di polizia infiltrati, senza autorizzazione giudiziaria, in associazioni indipendentiste e collettivi sociali. Un lavoro che ha avuto un impatto politico enorme, portando all’apertura di una commissione d’inchiesta nel Parlamento catalano e a numerose interpellanze parlamentari dell’opposizione al Congresso dei deputati spagnolo.

Ora, però, è la stessa testata a finire nel mirino delle istituzioni. L’Agenzia Spagnola per la Protezione dei Dati (AEPD), l’equivalente del Garante per la protezione dei dati personali, ha aperto un procedimento sanzionatorio contro La Directa, come annunciato dal mezzo insieme a Irídia – Centro per la Difesa dei Diritti Umani, in una conferenza stampa del 29 luglio. Alla base della sanzione, che ammonta inizialmente a 7.000 euro, c’è una denuncia presentata da quattro dei poliziotti che, tra il 2020 e il 2023, si erano infiltrati senza ordine giudiziario in collettivi della Catalogna e del País Valencià. Le denunce erano state inizialmente respinte, ma la presidenza dell’AEPD le ha riaperte, avviando un procedimento che oggi minaccia la sopravvivenza economica della cooperativa giornalistica.

Attraverso le sue inchieste, La Directa aveva svelato un’operazione della Commissione Generale d’Informazione della Polizia spagnola, che aveva introdotto almeno quattro agenti sotto falsa identità. Per la prima volta, il governo spagnolo aveva dovuto riconoscere che le infiltrazioni erano condotte tramite la figura dell’“agente d’intelligence”, modalità priva di autorizzazione giudiziaria e non riconosciuta dal quadro legale spagnolo. La risoluzione dell’AEPD, denuncia la redazione, ignora questa distinzione e tratta i poliziotti come “agenti sotto copertura”, figura che invece gode di controllo giudiziario — arrivando a considerare dati personali da proteggere persino gli pseudonimi usati durante l’infiltrazione.

Le inchieste della Directa, frutto di tre anni di lavoro e culminate nel documentario Infiltrats, trasmesso da 3Cat in collaborazione con la testata e Polar Star Films, hanno rivelato che gli agenti non si limitavano a monitorare l’attività politica dei collettivi: in almeno due dei quattro casi documentati avevano intrecciato relazioni sentimentali e sessuali di lunga durata con donne dell’ambiente infiltrato, protratte per anni, senza che le persone coinvolte sapessero di avere accanto un agente sotto falsa identità.

Uno dei casi riguarda un’agente arrivata a Girona nel 2020 con un nome falso, che aveva costruito una relazione sentimentale con un militante indipendentista, arrivando ad assistere alle riunioni con gli avvocati della sua difesa in un procedimento legato alle proteste dell’ottobre 2019. In un altro caso, a Barcellona, un agente aveva usato la vicinanza sesso-affettiva con diverse attiviste come strumento per accedere a informazioni sensibili sull’organizzazione di manifestazioni e assemblee.

Le donne coinvolte, assistite anche da Irídia, sostengono di non aver potuto prestare un consenso valido, poiché l’inganno riguardava l’identità stessa della persona con cui avevano una relazione: un elemento “nucleare”, non accessorio, secondo le loro rappresentanti legali. Diverse hanno presentato querele per tortura, maltrattamento e rivelazione di segreti, sostenendo che l’operazione — priva di qualunque elemento di criminalità che ne giustificasse l’attivazione — abbia comportato “strumentalizzazione e cosificazione” delle persone, con ripercussioni sulla loro libertà sessuale e integrità morale. Uno di questi casi è arrivato al Tribunale Costituzionale spagnolo, dopo il rifiuto di Procura, tribunale istruttorio e Corte d’appello di Barcellona di aprire un’indagine. È proprio questo intreccio tra sorveglianza politica e relazioni intime costruite sull’inganno a rendere ancora più delicata la questione: i nomi fittizi che l’AEPD ordina di rimuovere sono anche quelli che hanno permesso alle vittime, e all’opinione pubblica, di ricostruire la reale portata di queste operazioni.

La Directa rivendica di aver applicato un rigoroso bilanciamento tra diritto all’informazione e protezione dei dati: nelle inchieste aveva oscurato parzialmente i volti degli agenti e reso pubbliche solo le iniziali dei nomi reali. Nonostante ciò, la risoluzione dell’AEPD ordina comunque di ritirare parte delle informazioni pubblicate, sia immagini sia contenuti degli articoli. Sònia Olivella Saludes, coordinatrice del contenzioso strategico di Irídia, ha definito il procedimento come qualcosa che genera un “grave effetto intimidatorio e di bavaglio” sul giornalismo d’inchiesta. Il giornalista Jesús Rodríguez ha sottolineato che la rilevanza pubblica delle informazioni è “indiscutibile”, ricordando che i casi sono stati ripresi anche da The Guardian e La Repubblica.

Un elemento che rende ancora più stridente la vicenda è il confronto con quanto avvenuto nel Regno Unito, dove — dopo la scoperta di alcuni agenti infiltrati che avevano intrattenuto relazioni sotto falsa identità con attiviste — sia i corpi di polizia sia il governo britannico avevano assunto pubblicamente le proprie responsabilità, chiedendo scusa alle vittime e risarcendole. Identità e fotografie degli agenti furono pubblicate liberamente e restano tuttora consultabili, senza alcuna sanzione per le testate che ne diedero notizia. In Spagna, al contrario, i casi restano privi di un’indagine efficace, mentre chi li ha portati alla luce si trova sotto procedimento sanzionatorio.

Per Elisabet Borreda, copresidente del Gruppo di Giornalisti “Ramon Barnils”, la responsabilità della violazione dei dati non ricade sulla testata ma sullo Stato spagnolo, e non si può permettere che la normativa sulla privacy diventi un’arma contro chi indaga. L’accumularsi di più procedimenti contro lo stesso soggetto, ha osservato, configura un vero pattern di logoramento — un caso da manuale di SLAPP, le querele-bavaglio pensate per zittire il giornalismo scomodo. La minaccia di sanzioni e ritiro dei contenuti rischia di scoraggiare i media dal pubblicare informazioni rilevanti sui poteri pubblici, con un effetto dissuasivo che rappresenta un precedente pericoloso per l’intero settore.

La Directa ha lanciato una campagna di sostegno che ha già raccolto l’adesione di decine di testate, sindacati di giornalisti e organizzazioni per i diritti umani. Nel testo si chiede l’archiviazione immediata del procedimento e si sollecita il governo spagnolo a modificare la normativa affinché la protezione dei dati, in particolare l’articolo 85 del Regolamento UE 2016/679, non possa più essere usata come strumento di censura contro i media. Il caso solleva interrogativi che vanno oltre i confini catalani, toccando il tema dell’uso improprio delle norme sulla privacy come strumento di pressione contro il giornalismo d’inchiesta in Europa. Per La Directa, difendersi da questo procedimento significa difendere il diritto della società a conoscere l’operato dei poteri pubblici: un principio che non può essere capovolto al punto da sanzionare chi indaga, mentre si continua a proteggere chi si è infiltrato illegalmente nei movimenti sociali.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione