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Trump chiede anche al Sudamerica di spendere il 2% del Pil in difesa: Perù, Argentina e Colombia obbediscono

La presidente peruviana Fujimori esordisce inviando l’esercito nelle strade e l'argentino Milei consegna un presidio militare strategico a Washington. Il colombiano De La Espriella pronto ad adottare il modello dell’Ecuador, che però è già fallito
Trump chiede anche al Sudamerica di spendere il 2% del Pil in difesa: Perù, Argentina e Colombia obbediscono
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Che alcuni Paesi latinoamericani spendano “meno dell’1% del Pil in difesa nazionale” va “contro il senso comune”. Così scrive il sottosegretario della Difesa Usa, Ebridge Colby, in un recente articolo pubblicato sulla rivista Americas Quarterly, esortando i Paesi della regione a seguire l’esempio della Nato. “I nostri alleati in tutto il mondo – prosegue -, inclusa l’Europa, stanno andando avanti verso una spesa maggiore: un 3,5% nella spesa militare basica e un 1,5% aggiuntivo in spese relative alla sicurezza”. L’appello – ribadito in via ufficiale alla 17ª Conferenza di ministri della Difesa delle Americhe tenutasi a Cusco (Perù) – i Paesi della regione devono aumentare la spesa militare almeno al 2% del Pil. “Vogliamo partner forti, affidabili ed efficaci, non deboli e dipendenti”, ha ribadito il sottosegretario, scagliandosi contro i “regimi di estrema sinistra” (Bolivia, Nicaragua e Venezuela) colpevoli di aver “fallito nei propri Paesi”, provocando “migrazione di massa” e “violenza narcoterrorista”. Ma – secondo Colby – il vento starebbe cambiando grazie alla leadership di Donald Trump e la sua prospettiva America First, intenta a “ridare centralità all’emisfero occidentale”.

Alcuni Paesi della regione hanno già ceduto al richiamo. Il caso più recente riguarda il Perù di Keiko Fujimori, anfitrione della Conferenza, che durante il suo insediamento, il 28 luglio, ha assicurato che destinerà, “maggiori risorse per rispondere alle domande prioritarie della popolazione, come la lotta frontale alla criminalità”. Fujimori si appresta così a entrare nell’alleanza Shield of Americas e, come test d’ingresso, ha già dichiarato lo stato d’emergenza, inviando i militari nelle strade. Il Perù – dove gli Usa sono già presenti nella base militare El Callao, da 1,5 miliardi di dollari – ha portato la spesa militare da 3 miliardi di dollari a 5 miliardi, raggiungendo il 2,3 del Pil. Buona parte di questi fondi andrà all’acquisto di 24 caccia F16 Usa, già bloccato dall’ex presidente José María Balcázar Zelada. Il suo intento era quello di dare priorità ad altre voci come l'”accesso all’acqua” e la “sanità” in un paese in cui il 20% della popolazione è privo di cure mediche.

Ci prova anche l’Argentina di Javier Milei, che punta ad aumentare la spesa militare dallo 0,76% (cioè 4 miliardi di dollari) al 2% del Pil, attraverso il Plan de adecuación y reequipamiento militar argentino (Arma), che prevede l’ammodernamento della flotta attraverso la vendita di beni, anche delle Forze armate. Di qui la cessione, sempre agli Usa, di un terreno di quasi 3mila metri quadri presso la base navale di Ushaia, la più vicina alle Malvine, porta d’ingresso all’Antartide e presidio di sorveglianza interoceanico tra l’Atlantico e il Pacifico. Oltre il 71% della popolazione si oppone alla transazione, secondo la casa di sondaggi Zuban Córdoba. “Tierra del Fuego non è un territorio in cui le potenze straniere possano muoversi senza dare spiegazioni – denuncia la senatrice per la provincia, Cristina López -. Non accetteremo che la nostra provincia venga usata come base militare straniera”.

Il suddetto accordo con gli Usa fa da cortocircuito in pieno rigurgito nazionalista attorno alla questione delle Malvine, riaccesa dalla stessa nazionale di argentina durante i recenti mondiali di calcio. “I gol di Maradona non ci hanno ridato quelle terre”, ha replicato Milei, che ora punterebbe a una soluzione diplomatica della controversia. Dossier quasi irrilevante per le prospettive Usa, che vogliono usare Ushaia per tenere lontana la Cina, che vanta investimenti da 23 miliardi di dollari in Argentina.

L’aumento della spesa militare o in sicurezza è in salita anche per il neoeletto presidente colombiano Abelardo De La Espriella, le cui Forze armate affrontano un 96% di obsolescenza in capacità di artiglieria. L’outsider punta a compiere la sua policy di “mano dura” facendo affidamento a Washington. Vuole così lanciare una versione 2.0 del “Plan Colombia” – lo stesso che in passato ha registrato quasi 8mila esecuzioni extragiudiziarie -, che avrà il proprio nucleo di operazioni nella stessa Medellín, in coordinamento con lo Shield of Americas. De La Espriella consoliderà la presenza di agenzie Usa nel Paese sudamericano – Dea, Fbi e Homeland security investigations – e aprirà le porte a istruttori e consiglieri militari stranieri, sulla falsariga di quanto viene già fatto da Daniel Noboa in Ecuador.

Tuttavia il metodo applicato a Quito non ha mai sconfitto la criminalità, registrando un aumento del 30,48% delle morti violente nel Paese, cioè 9.216 omicidi, nel 2025. Fenomeno già sotto la lente di Amnesty International, che spiega come “la militarizzazione” della società non abbia mai risolto la “questione sicurezza“, ma “moltiplicato le esecuzioni extragiudiziarie, le detenzioni arbitrarie e le torture contro la popolazione civile”. La formula securitaria viene contestata anche dalla Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador, per la quale “la vera sicurezza si costruisce con la giustizia sociale, non con i fucili”.

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