Dopo il buffetto sulla guancia dell’Ue, la manovra italiana prevede un deficit aggiuntivo di circa 7 miliardi di euro e una crescita addizionale del Pil dello 0,1 per cento, cioè 1,6 miliardi.

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Questo elementare conto della serva fornisce un stima ufficiale sull’efficacia della spesa pubblica in Italia. Per chi mostrasse difficoltà ad afferrare il concetto, spiego che un ulteriore assegno cabriolet di 7 miliardi firmato da Renzi & Padoan (ma che voi tutti coprirete presto o tardi) ha effetti certamente spettacolari sull’economia: meno di un quarto apporta benefici al Pil, tre quarti finiscono nel wc. Il criterio ispiratore della politica di bilancio di questo governo (come di tutti i governi italiani da cinque decenni) non è certo economico, bensì squisitamente politico. Gli sprechi che distruggono l’economia, per il Renzino Pomicino di turno hanno il pregio di tradursi in bottini di voti e potere. Soprattutto in un clima in cui la rivincita delle primarie Pd si svolgerà nelle piazze, sostituendo alla conta dei voti la conta delle manganellate e delle vetrine spaccate.

Nonostante nude cifre e crudi fatti, mille rivoli ideologici alimentano il brodo di coltura dove sguazzano i batteri che infettano la legge di Stabilità. La vulgata afferma che il benessere dipenda solo ed esclusivamente dalla spesa pubblica, dalla quale, grazie al “moltiplicatore” (la bacchetta magica per bambini cresciuti), sgorgano prosperità e benessere guidati dalla una cometa della politica industriale”.

Mentre l’eterno provincialismo italiano rimastica tale bufala irrancidita, altrove la realtà da tempo ha aperto brecce vistose nella muraglia di conformismo. Il giorno di Lunedì in Albis del 2013 sul Financial Times apparve un editoriale a firma di Roger Farmer. Al grande pubblico questo nome non dirà molto, ma si tratta di uno dei più illustri e conosciuti professori keynesiani (lui stesso si attribuisce questa etichetta nel pezzo).

Farmer scrisse che il moltiplicatore della spesa pubblica è minore di uno (come se un autorevole cardinale di Curia asserisse di essere leggermente ateo): in soldoni, è falso che la spesa pubblica generi crescita sostenibile (al massimo produce uno stimolo di breve periodo). Anzi se il governo spende indebitandosi, scatena due effetti perversi: 1) sottrae risorse preziose alle parti sane dell’economia, deprimendo consumi e investimenti privati; 2) a lungo andare provoca la bancarotta del paese.

Traduzione in volgare fiorentino: la spesa pubblica,come strumento su cui infallibilmente fare affidamento per stimolare la crescita, ha le stesse basi empiriche dell’avvistamento degli Ufo. Altrimenti i paesi con spesa pubblica più alta registrerebbero sistematicamente un tasso di crescita maggiore, fenomeno di cui non esiste evidenza in alcun periodo storico e in nessun angolo del pianeta.

Il benessere collettivo non dipende da quanto spende lo stato, ma da come lo spende, cioè dalla qualità della spesa pubblica e dall’efficienza dell’amministrazione statale. Servizi pubblici erratici, lenti, costosi e farraginosi sono un impedimento alla crescita, non un lubrificante. Pagare stipendi a chi non svolge funzioni utili deprime l’economia. Costruire infrastrutture che non abbiano un rendimento futuro superiore al tasso di interesse sul debito pubblico è uno spreco. Una scuola pubblica che non selezioni i migliori e che non conferisca una preparazione per il mondo del lavoro è una truffa. Ospedali che non curano adeguatamente sono un crimine. E potremmo continuare per ore.

In Italia, inoltre, esiste un buco nero chiamato spesa pensionistica. Per capire gli ordini di grandezza è utile un raffronto con la Germania: entrambi i paesi hanno una percentuale di anziani intorno al 20 percento della popolazione, ma l’Italia spende il 13,7 percento (dati del 2011) del Pil per coprire il divario tra entrate ed uscite, a fronte del 9,5 percento della Germania. I privilegi acquisiti di pochi sono il cancro che divora il futuro dei più giovani.

Ciò nonostante la leggenda keynesiana non smette di attecchire nell’humus concimato da 80 anni di battage politico, nella connotazione peggiorativa dell’aggettivo. Per corrotti ed incapaci la spesa pubblica costituisce il propellente e l’àncora della propria carriera dai Comuni al Parlamento. Oggi un elettorato frastornato, inebetito ed aizzato ad arte contro il liberismo (che in Italia non è mai esistito, nemmeno ai tempi della Destra storica post unitaria), crede che la deriva economica sia causata “dall’austerità”. L’uomo della strada addirittura è assolutamente convinto che la spesa pubblica in Italia sia diminuita, mentre non ha mai cessato di aumentare nel dopoguerra, tranne che nel 2010 e nel 2013 (quando si sono risparmiati pochi spiccioli grazie alla caduta verticale dei tassi di interesse). I tagli alla spesa pubblica esistono solo nei telegiornali, nelle conferenze stampa del governo, nelle Leopolde e sui giornali dove si ignora l’aritmetica.

Per alimentare il circuito di menzogne quotidianamente si continua a propagandare il successo del New Deal negli anni ‘30 come se fosse un fatto storico incontrovertibile. Al contrario, chi certificò senza appello il fallimento delle politiche economiche keynesiane non fu un bieco conservatore affamapopolo, ma proprio l’architetto del New Deal in persona, il Segretario al Tesoro Henry Morgenthau Jr. Nella sua testimonianza al Comitato Ways and Means (la Commissione Bilancio, insomma) del Congresso statunitense il 9 maggio del 1939 – vale a dire dieci anni dopo l’inizio della Depressione e otto anni dopo l’elezione del Presidente Roosvelt con la disoccupazione ancora al 19,9% – ammise sconsolato:

“Abbiamo provato a spendere soldi. Abbiamo speso più di quanto avessimo mai speso prima e non funziona. Io ho solo un interesse, e se sbaglio qualcuno può prendere il mio posto. Io voglio vedere questo paese prospero. Voglio vedere la gente trovare lavoro. Voglio che la gente abbia abbastanza da mangiare. Noi non abbiamo mantenuto le nostre promesse … Dico che dopo otto anni di questa Amministrazione noi abbiamo tanta disoccupazione come quando abbiamo iniziato…e [abbiamo accumulato] un debito enorme da sostenere.”

Per fortuna di Roosvelt (e delle baggianate keynesiane) scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e l’America evitò la bancarotta. Ma a questo andrà dedicato un post in futuro.