Un referendum pro e contro Barack Obama. E’ stato spesso rappresentato così, in questi mesi, il voto di midterm 2014. In realtà, le elezioni del 4 novembre sono qualcosa di più, e di diverso, che emerge con il passare dei giorni e l’avvicinarsi della data del voto. Il midterm è certo un giudizio sulla performance del presidente. Un sondaggio del Pew Research Center, condotto tra il 15 e il 20 ottobre, rivela che il 52% degli elettori americani vede questo voto come un sì o un no alle politiche di Obama. Ma chi andrà a votare lo farà anche sulla base di interessi locali, strategie economiche e visioni del futuro che hanno soltanto in parte a che fare con Obama. Ecco dunque, a una settimana dall’apertura dei seggi, un breve elenco delle cose da tenere in mente in vista del 4 novembre.

Repubblicani, avanti ma non troppo
Gran parte delle analisi di queste settimane si sono concentrate sul numero di seggi che i repubblicani potrebbero strappare ai democratici, conquistando la maggioranza anche al Senato (alla Camera già ce l’hanno). E’ vero, come dimostra anche un sondaggio NBC/Marist di domenica, che il Grand Old Party sembra destinato a vittorie importanti. Montana, West Virginia, South Dakota, che sinora erano rappresentati da senatori democratici, cambieranno con ogni probabilità colore politico, passando ai repubblicani. Ma per conquistare la maggioranza al Senato, i repubblicani hanno bisogno di altri tre seggi. Gli Stati più in bilico, e che pendono dalla parte dei conservatori, sono Alaska, Arkansas, Colorado, Iowa, Louisiana e North Carolina. Ma i repubblicani rischiano di perdere il controllo, sin qui esercitato, dei seggi senatoriali di Kentucky, Kansas e Georgia. Conclusione: una maggioranza repubblicana al Senato USA è probabile ma è molto meno certa di quanto si sia sinora detto, e di quanto gli stessi repubblicani abbiano voluto far credere.

Un Paese sempre più diviso
C’erano sei sfide “tossup” – incerte sino alla fine – alle elezioni del 2008. Erano otto nel 2010. Sono almeno 11 oggi. La progressione mostra un’America sempre più divisa in blocchi praticamente equivalenti, che si fronteggiano e che spesso riescono a prevalere per pochi punti percentuali. L’incertezza si traduce in una vera e propria agonia per i National Committees dei due partiti, che si trovano a distribuire i (pochi) dollari rimasti nelle sfide elettorali ancora aperte. Ma si tratta, appunto, di scegliere; e togliere i finanziamenti a un candidato, spostandoli su un altro, significa decretarne la quasi certa morte politica. Alcuni giorni fa, riconoscendo la sconfitta, il Comitato nazionale repubblicano ha chiuso i rubinetti per la sua candidata in Michigan, Terri Lynn Land. In altri casi, i finanziamenti non possono però essere interrotti perché troppo importante, e influente, è il politico in difficoltà. E’ quanto succede in Kentucky, dove il senatore Mitch McConnell, capogruppo repubblicano al Senato, uno dei “mandarini” della politica di Washington, sta vacillando di fronte ai “colpi” della sua rivale democratica, Alison Lundergan Grimes. Nonostante un’ondata di costosissimi spot elettorali, il vecchio McConnell non è ancora riuscito ad assicurarsi la vittoria che qualche mese fa appariva scontata.

E’ l’economia, stupido
I repubblicani hanno giocato la campagna di midterm 2014 soprattutto su uno slogan: “Allargare la mappa”, far diventare rossi una serie di seggi e Stati che sinora erano stati colorati di blu. Ai democratici è mancato uno slogan caratterizzante e anzi, in molti casi, i candidati liberal e progressisti sono apparsi esitanti, più impegnati a differenziarsi dalla impopolarità di Barack Obama che a proporre agli elettori una visione della politica e della società. Quando questo è avvenuto, quando i democratici hanno cercato di articolare una serie di proposte, soprattutto economiche, spesso a livello locale, la cosa ha sempre pagato. Temi come la parità salariale per le donne, il sostegno ai prestiti per studenti, l’aumento dei minimi salariali hanno energizzato le campagne democratiche, di Kay Hagan in North Carolina e Jeanne Shaheen in New Hampshire. Michelle Nunn, in Georgia, ha guadagnato diversi punti da quando ha fatto della delocalizzazione del lavoro il centro della sua retorica. E la star indiscussa di questa campagna, insieme al sempreverde Bill Clinton, è stata la senatrice del Massachussetts, Elizabeth Warren. L’hanno voluta un po’ tutti, ai loro comizi, con le sue invettive contro i repubblicani, dipinti come il partito dei ricchi e degli interessi particolari.

Un abbozzo di futuro
Queste elezioni di midterm sono, ovviamente, anche il possibile preludio agli scenari 2016. E’ vero che Obama resta, al momento, un presidente impopolare, con soltanto il 29% degli americani che pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione. Ma, per i democratici, non è ancora tempo di disperare. Molte sfide sono, appunto, incerte e, cosa ancora più importante, i democratici continuano a essere percepiti come un partito più capace di battersi per gli interessi generali. Lo stesso sondaggio del Pew Research Center, citato poco sopra, rivela che i democratici hanno un vantaggio del 26% sui repubblicani, tra gli elettori registrati, come partito “più preoccupato per i problemi di gente come me”. Il 46% degli americani pensa che i repubblicani siano “più influenzati dagli interessi particolari”, contro il 32% che sceglie i democratici. E il 52% degli intervistati pensa che il GOP sia “più estremo nelle sue posizioni”. Come a dire che, se il presente sembra oscillare dalla parte dei conservatori, il futuro prossimo resta comunque aperto.