Una notte di follia. Che testimonia quanto siano precari gli equilibri nei Balcani e scatena proteste e reazioni politiche a catena, con accuse incrociate. Bastano l’affronto di un drone e una bandiera che inneggia alla Grande Albania (Kosovo e spicchi di Macedonia, Grecia e Montenegro) a riaccendere la tensione tra i governi di due nazioni confinanti, Serbia e Albania. Troppo fresche le ferite per la guerra del Kosovo, ancora viva nell’orgoglio nazionalistico dei due stati. Chiusa la cronaca degli scontri nati per il vessillo della Grande Albania strappato dal serbo Stefan Mitrovic durante il match di qualificazione per l’Europeo 2016, resta la potenza delle reazioni e una serie d’interrogativi che necessariamente gettano nel polverone l’Uefa. Oggi Michel Platini si dice molto rattristato per la sospensione del match e l’Uefa annuncia che verrà aperta un’inchiesta nei confronti di entrambe le federazioni. Ma possibile che il massimo organismo calcistico continentale non avesse sentore che le due nazionali nello stesso girone costituissero un pericolo uguale, se non più grande, di Gibilterra e Spagna o Armenia e Azerbaijan, opportunamente separate? E com’è possibile che sul campo da gioco ci fosse anche Ivan ‘Il Terribile’ Bogdanov, autore dei disordini durante Italia-Serbia a Genova, nel 2010? Con ordine.

Prima del drone: la calda accoglienza serba – Del resto che la partita fosse ad alto rischio lo si è capito dalle decisioni prese in vista della gara, con una tensione strisciante cresciuta fino al volo del drone che trasportava la bandiera della discordia. I tifosi ospiti non hanno potuto acquistare i biglietti e pare che allo stadio fosse impossibile far entrare vessilli con le due aquile, simbolo dell’Albania. Il ds della Lazio Igli Tare ha raccontato all’Ansa di blindati e circa 5-600 poliziotti armati nell’albergo che ospitava la nazionale e ha poi puntato il dito contro la stampa, sia serba che albanese: “Hanno caricato il match e alzato la tensione con articoli inutili”. Secondo fonti di Tirana, proprio i giornalisti al seguito della squadra allenata dall’italiano Gianni De Biasi sarebbero stati trattenuti a lungo all’aeroporto di Belgrado e la situazione si sarebbe sbloccata solo per l’intervento diretto del governo. Poi i cori dei tifosi serbi, i fischi all’inno albanese e i primi fumogeni. Fino al piccolo velivolo telecomandato che accende gli animi.

Il caso di Olsi Rama: fermato per 50 minuti? – La rissa che ne segue è cosa nota e documentata. Mentre resta avvolto nel mistero il fermo da parte della polizia serba di Olsi Rama, fratello del primo ministro albanese. Sarebbe stato lui a progettare il volo e con questa accusa la polizia serba l’avrebbe arrestato nei pressi dello stadio e poi rilasciato nelle concitate fasi che sono seguite alla battaglia sul terreno di gioco. Una ricostruzione prima smentita dall’Albania, poi confermata a tarda notte – secondo l’agenzia Tanjug – dall’emittente albanese News24.

Le reazioni politiche – Un incidente diplomatico verificatosi a pochi giorni dalla storica visita di Edi Rama in Serbia. Il premier albanese ha in programma un viaggio a Belgrado il 22 ottobre, il primo dopo il 1948 e la guerra per il Kosovo, stato indipendente a maggioranza albanese dal 2008 ma tutt’ora non riconosciuto dalla Serbia. Così mentre sugli spalti veniva bruciata una bandiera della Nato, si inneggiava a Vladimir Putin e si scandiva il coro “Kosovo è Serbia”, Rama ha twittato: “Sono dispiaciuto per lo spettacolo a livello mondiale dei nostri vicini”. E poi giù nuovi commenti pesanti di altri politici e autorità di Tirana, tra i quali la frase su Facebook dell’ex premier Sali Berisha: “I barbari sono stati sconfitti”. Mentre sul fronte serbo si parla di “provocazione politica premeditata” e il ministro degli esterni Ivica Dacic accusa: “Attendo le reazioni dell’Ue e dell’Uefa. Se una bandiera della Grande Serbia fosse stata portata in volo su Pristina o Tirana la questione sarebbe già sul tavolo del consiglio di sicurezza dell’Onu”. Si arriva fino alle richieste ufficiali del ministero per garantire il rientro dei giocatori e dello staff in tutta sicurezza, seguite alle accuse per l’aggressione subita anche da parte degli steward. Grande tensione e apprensione, fino a quando l’aereo che riporta in patria gli uomini del ct De Biasi atterra alle 3.25 sulla pista dell’aeroporto della capitaleNene Tereza”.

Albanesi in strada in tutti i Balcani – Ad attendere la nazionale ci sono quasi cinquemila persone, ma molte di più (il ministro albanese per la gioventù parla di decine di migliaia) erano scese per le vie di Tirana per ‘festeggiare’ l’evento e appoggiare la reazione dei calciatori albanesi, pronti a menar le mani per difendere la bandiera. Tanto da far esclamare al portiere della Lazio Etrit Berisha: “Abbiamo i migliori tifosi del mondo, è sicuro”. Al Nene Tereza, in piena notte, ci sono anche il vice-premier Niko Peleshi e il ministro per lo Sport Lindita Nikolli. Viene improvvisata una conferenza stampa con il capitano della nazionale, il laziale Lorik Cana che nel frattempo aveva twittato una foto del vessillo sul Partizan Stadion apostrofandolo come “la bandiera più bella del mondo” (video). Il numero due del governo albanese usa toni trionfalistici: “Siamo orgogliosi di voi, del gioco e della dignità dimostrata”. Secondo quanto riportato dall’Ansa sarebbero stati tanti anche i kosovari accorsi in Albania, mentre in migliaia sono scesi in strada a Pristina e nella zona a sud di Mitrovica al grido di “Albania, Albania” sotto lo sguardo vigile dei contingenti Kfor. Caroselli e clacson spiegati anche in alcune città della Macedonia e del Montenegro, dove vivono numerose comunità albanesi. E ancora mercoledì mattina le strade del centro di Pristina si sono riempite di centinaia di studenti che esultavano per la reazione dei giocatori in difesa della bandiera (video).

Le decisioni dell’Uefa e i timori per il match di ritorno – “I miei giocatori sono stati picchiati. Decidano gli organi competenti. Le immagini sono sotto gli occhi di tutti. Le condizioni erano di estremo pericolo e l’impianto inadeguato”, ha detto De Biasi. E ora appunto sarà l’Uefa a dover prendere provvedimenti. Il delegato dell’organismo calcistico europeo Harry Been ha spiegato che “non c’erano le condizioni per continuare”. Ma i serbi hanno detto chiaramente che loro erano pronti a riprendere il gioco e sono stati gli avversari a rifiutarsi. La Federcalcio albanese confida in una vittoria a tavolino e ora dovrà iniziare a pensare alla partita di ritorno. La prima reazione ai disordini da parte dei vertici del calcio è stata quella del presidente Fifa Sepp Blatter, che in mattinata ha scritto su Twitter: “Il calcio non dev’essere mai usato per inviare messaggi politici. Condanno fermamente quanto successo ieri sera a Belgrado”. Il nuovo faccia a faccia tra Serbia e Albania è in programma l’8 ottobre 2015 a Tirana e sui social l’odio si è già riacceso a livelli preoccupanti. Rischia di diventare una battaglia campale come troppe volte è successo nei Balcani. Dal lontano 13 maggio 1990, quando gli scontri tra gli ultras della Dinamo Zagabria e della Stessa Rossa Belgrado allo stadio Maksimir altro non furono che la miccia di uno dei conflitti più duri della storia, fino al vandalismo dei serbi contro l’ambasciata croata in seguito alla finale dell’Europeo 2003 di pallanuoto maschile. Perché i Balcani sono ancora fragile cristalleria, pronta a creparsi al primo calcio tirato a un pallone.

Twitter: @AndreaTundo1