“Il Kosovo è il cuore della Serbia”. Così recitava uno striscione del Marassi durante la partita Italia-Serbia sospesa per incidenti il 12 ottobre 2010 a Genova e che costò la condanna a “Ivan il Terribile”. Allo stadio gli hooligans serbi richiamarono la battaglia del 1389 Campo dei merli o Kosovo Polje che nell’immaginario serbo è divenuta il mito fondante dello spirito nazionale fino ai giorni nostri. La bandiera albanese bruciata dagli ultras serbi non rappresentò un singolo episodio della barbarie da stadio ma un segnale, un sintomo, di una labile tregua tra serbi e albanesi del Kosovo.

Ma la storia, anche quella calcistica, si ripete. Questa volta teatro degli scontri, il match di qualificazioni agli europei tra Serbia e Albania durante il quale non sono mancati gravi incidenti a causa del volo di un drone esponente la bandiera della Grande Albania con tutti i suoi territori. Tra gli invasori di campo ancora una volta ‘Ivan il Terribile’. Per gli albanesi etnici, la parola “Kosovo” (ovvero Kosova nella pronuncia albanese) rappresenta il simbolo dell’antica terra albanese che collega direttamente l’antica comunità illirica con quella etnica albanese moderna stanziata su quei territori. Per un serbo la stessa parola “Kosovo” delinea la terra santa dalla quale i serbi negli ultimi secoli, e fino ai giorni nostri, sono stati cacciati da forze congiunte – soprattutto albanesi musulmani.

Le famiglie povere dei montanari albanesi scendevano dalle alture sterili del Nord dell’Albania e si riversavano nelle pianure fertili di Metohija e Kosovo alla ricerca di cibo e di terra coltivabile. Il territorio disseminato da 1.300 chiese e monasteri che è il Kosovo (insieme alla Metohija che dal 1968, secondo la volontà degli albanesi del Kosovo, viene tolta dall’uso quotidiano nella comunicazione politica) in lingua serba rappresenta la parola più importante dopo il nome di Dio e dopo il nome di San Sava, fondatore della chiesa ortodossa serba. Eppure Kosovo e Serbia, albanesi e serbi così divisi in campo calcistico sono in grado di unirsi in un unico sistema: quello criminale.

In Kosovo la criminalità organizzata pervade quasi ogni aspetto della politica e dell’economia. I clan mafiosi sono i veri datori di lavoro. Esiste una profonda commistione tra il mondo politico e quello delle famiglie soprattutto a livello locale. Spesso il sindaco e il capo della gang locale sono la stessa persona. È interessante notare che in Kosovo la malavita è l’unica a vincere le divisioni e gli odi interetnici: i mafiosi albanesi fanno tranquillamente affari con quelli serbi, ma anche con macedoni, rumeni, greci, bulgari, russi, cinesi e italiani. Fondamentale risulta il ruolo del Kosovo come centro di smistamento delle prostitute provenienti dall’Est e dirette verso l’Europa occidentale ma anche per il traffico di armi e di droga lungo la direttrice adriatica. Una criminalità che convive con il sistema politico che spesso la protegge e che fa affari tra Belgrado e Pristina passando per Tirana o per Podgorica.