La protesta sembrava destinata a risolversi in un nonnulla, invece i manifestanti sono tornati in strada. Migliaia di persone hanno accolto l’appello degli studenti e hanno occupato pacificamente il quartiere di Admiralty, nel centro di Hong Kong, in una manifestazione di solidarietà con i giovani che dal 28 settembre sono nelle strade della metropoli per reclamare la democrazia. Dall’inizio della settimana la folla che ha bloccato il centro in tre punti chiave per le attività della metropoli – oltre ad Admiralty, il quartiere dei ministeri e del business, quello di Causeway Bay, sull’ isola di Hong Kong, e quello di Mongkok, sulla penisola di Kowloon – è andata scemando, fino a ridursi a poche centinaia di persone. Ma da ieri pomeriggio il centro di Hong Kong è tornato a popolarsi di manifestanti. Il Quotidiano del Popolo, gestito dal Partito Comunista, sostiene che ci sia la mano di una no profit statunitense dietro le proteste.

Il ritorno degli studenti: “Vogliamo nuove trattative”. La mobilitazione è stata lanciata ieri dai leader degli studenti – Alex Chow e Lester Shum della Federazione degli studenti, Joshua Wong di Scholarism – per costringere il governo a riaprire il dialogo dopo che ieri aveva annullato i previsti incontri affermando che i contestatori non hanno dato prova di volere veramente il dialogo. “Chiediamo al governo di rilanciare immediatamente le trattative”, ha affermato Chow parlando alla folla di Admiralty. La piazza ha risposto con uno degli slogan coniati dagli studenti in questi giorni: “Aggiungiamo altra benzina” (cioé, rafforziamo le manifestazioni).

Il governo locale non cede. Fino ad ora, nessuna risposta da parte del governo del territorio, che dal 1997 è una Speciale Regione Amministrativa della Cina, creata sulla base di un accordo tra Cina e Gran Bretagna – che ha governato la sua colonia di Hong Kong per quasi due secoli – che promette la graduale instaurazione di un sistema pienamente democratico. Pechino ha concesso elezioni a suffragio universale per il 2017, quando si dovrà scegliere il nuovo “chief executive” o capo del governo locale, ma si è riservata il diritto di scegliere i candidati. I cittadini che hanno bloccato il centro della metropoli chiedono che le elezioni siano veramente libere e che sia consentito candidarsi anche ai critici del governo centrale. Inoltre, i contestatori chiedono le dimissioni dell’attuale “chief executive” Leung Chun-ying, considerato una marionetta di Pechino. Leung è sotto accusa anche per aver ricevuto un pagamento di cinque milioni di euro per sostenere la causa di un’impresa australiana pochi giorni prima di assumere la carica. I dirigenti dell’ opposizione parlamentare si sono schierati con i giovani e hanno annunciato che alla riapertura del Parlamento – chiamato Legislative Council o Legco – daranno il via alla procedura per l’ impeachment di Leung, che appare sempre più isolato. “C’ è un solo modo per mettere fine alle manifestazione – ha aggiunto Chow – nomine per libere per i candidati alle elezioni e dimissioni di Leung”.

Cina: “Proteste mosse da organizzazione Usa”. Accuse di manipolazione da parte degli Stati Uniti sulle proteste di piazza arrivano dal governo centrale cinese che, attraverso il Quotidiano del Popolo, gestito dal Partito Comunista, accusa un’organizzazione americana no profit, la National Endowment for Democracy, di essere dietro alle manifestazioni in favore della democrazia. In un articolo pubblicato in prima pagina si legge che la direttrice, Louisa Greve, avrebbe incontrato i leader della protesta mesi fa, anche se non viene citata alcuna fonte attendibile. Dall’organizzazione americana non è arrivato alcun commento, anche se la portavoce del dipartimento di Stato Usa, Marie Harf, ha detto ieri che le autorità degli Stati Uniti “respingono categoricamente le accuse secondo le quali stiamo manipolando le attività di qualsiasi persona, gruppo o partito politico a Hong Kong”

Presidente Taiwan: “Provare la democrazia, a partire da Hong Kong”. Oggi i contestatori di Hong Kong hanno l’autorevole sostegno del presidente taiwanese Ma Ying-jeou che, in un discorso per la Festa Nazionale di Taiwan, ha invitato la Cina a “provare la democrazia, a partire da Hong Kong”. “Ora che gli 1,3 miliardi di cittadini cinesi sono diventati moderatamente ricchi, certamente vorrebbero godere di una maggiore democrazia e di uno Stato di diritto. Questi non sono mai stati un monopolio dell’ Occidente, ma sono diritti che appartengono a tutta l’umanità”, ha sostenuto Ma. La formula chiamata “un paese, due sistemi” elaborata per la particolare situazione di Hong Kong dal defunto leader cinese Deng Xiaoping, era stata creata pensando ad una futura unificazione con Taiwan, che é di fatto indipendente da oltre 60 anni ma che la Cina rivendica con forza.