“I divorziati risposati civilmente appartengono alla Chiesa. Hanno bisogno e hanno il diritto di essere accompagnati dai loro pastori”. Non ha dubbi il cardinale Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom-Budapest e relatore generale del Sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia in corso in Vaticano che, con il suo intervento iniziale, ha illustrato l’ampia tematica sulla quale nelle prossime due settimane discuteranno i 253 partecipanti al dibattito. Pur ribadendo un secco no a “un secondo matrimonio riconosciuto dalla Chiesa” dopo il divorzio, il relatore generale del Sinodo ha sottolineato che risulta necessario anche uno studio sulla prassi di alcune Chiese ortodosse che prevedono la possibilità di seconde e terze nozze, a carattere penitenziale, perché a causa della poca consapevolezza che si ha oggi del sacramento matrimoniale e la diffusa mentalità divorzista, “non è un azzardo” ritenere non validi diversi matrimoni celebrati in Chiesa.

Nella sua relazione il porporato ha sottolineato che “forme ideologiche” come la teoria del gender e i matrimoni gay non hanno consenso nella stragrande maggioranza dei cattolici, mentre il matrimonio e la famiglia sono ancora largamente intesi come “un patrimonio”, da custodire, promuovere e difendere. “Specialmente in contesti dove la povertà è ampiamente diffusa – ha affermato il cardinale ungherese – sono particolarmente le donne e i bambini a risentire di violenza e abusi; tuttavia, anche nei contesti maggiormente sviluppati non mancano fattori disgreganti, dovuti a varie forme di dipendenza, come alcol, droghe, gioco d’azzardo, pornografia, altre forme di dipendenza sessuale e social network”. Per Erdö la famiglia resta sempre una “scuola di umanità” pur minacciata da “fattori disgreganti”, come il divorzio, l’aborto, le violenze, la povertà, gli abusi, “l’incubo” del precariato e lo squilibrio causato dalle migrazioni.

Lo sguardo dei padri sinodali si è rivolto soprattutto alle situazioni matrimoniali difficili dove “si celano storie di grande sofferenza, come pure testimonianze di sincero amore”. “Una vera urgenza pastorale – ha affermato Erdö – è quella di permettere a queste persone di curare le ferite, di guarire e di riprendere a camminare insieme a tutta la comunità ecclesiale. Per affrontare correttamente tali situazioni, in primo luogo, la Chiesa afferma il valore irrinunciabile della verità dell’indissolubilità del matrimonio”. Per le convivenze e i matrimoni civili “non si può stabilire per tutte in forma rigida il medesimo percorso, occorre discernere caso per caso. Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – ha sottolineato il relatore generale – è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di resistere nelle prove, e può essere vista come un germe da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio. Molto spesso invece la convivenza si stabilisce non in vista di un possibile futuro matrimonio, ma senza alcuna intenzione di stabilire un rapporto istituzionale”.

Per Erdö è “fuorviante” concentrarsi solo sulla questione della ricezione dei sacramenti quando si affronta il problema dei divorziati risposati. Nel loro caso il porporato ha sottolineato “la necessità di avere almeno in ogni chiesa particolare un sacerdote, debitamente preparato, che possa previamente e gratuitamente consigliare le parti sulla validità del loro matrimonio. Infatti, molti sposi non sono coscienti dei criteri di validità del matrimonio e tanto meno della possibilità dell’invalidità. Dopo il divorzio, questa verifica deve essere portata avanti, in un contesto di dialogo pastorale sulle cause del fallimento del matrimonio precedente, individuando eventuali capi di nullità. Allo stesso tempo, evitando ogni apparenza di un semplice espletamento burocratico ovvero di interessi economici. Se tutto questo si svolgerà nella serietà e nella ricerca della verità, la dichiarazione di nullità produrrà una liberazione delle coscienze delle parti”.

Per due settimane ci sarà un dibattito sicuramente anche molto aspro, come già avvenuto alla vigilia dell’apertura del Sinodo, tra cardinali e vescovi “conservatori” e “progressisti”. All’inizio dei lavori Papa Francesco ha voluto ribadire che la condizione generale di base della discussione è di “parlare chiaro. Nessuno dica: ‘Questo non si può dire; penserà di me così o così’. Bisogna dire tutto ciò che si sente con ‘parresia’”. Bergoglio ha, inoltre, raccontato ai padri sinodali che dopo l’ultimo concistoro del febbraio 2014, nel quale si è parlato della famiglia con la relazione di Walter Kasper, favorevole alle aperture ai divorziati risposati, “un cardinale mi ha scritto dicendo: ‘Peccato che alcuni cardinali non hanno avuto il coraggio di dire alcune cose per rispetto del Papa, ritenendo forse che il Papa pensasse qualcosa di diverso’. Questo – ha precisato Francesco – non va bene, questo non è sinodalità, perché bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli”, “perché il Sinodo si svolge sempre ‘cum Petro et sub Petro’, e la presenza del Papa è garanzia per tutti e custodia della fede”.

Twitter: @FrancescoGrana