Provo a riassumere, per noi che non siamo giuslavoristi, in parole comprensibili e un poco crude. Art. 18 sì perché altrimenti i padroni potrebbero ricattare i lavoratori con la possibilità del licenziamento costringendoli ad accettare qualsiasi angheria. Art.18 no perché così com’è formulato protegge i lavativi e gli incapaci che gravano sulle aziende a tal punto da indurle a non assumere altri dipendenti.

Facciamo esempi perché incarnare i problemi è più proficuo che discutere di teorie.

Esempio 1: Una ragazza, di origine  straniera, racconta che il suo datore di lavoro, in una piccola ditta con dieci dipendenti, si era invaghito di lei. Cercava tutti i modi per starle vicino, le faceva pesanti allusioni sessuali. Lei sopportava e cercava di evitarlo. Una sera, casualmente, avevano fatto tardi e sul lavoro erano rimasti solo in tre: lei, il datore di lavoro e sua moglie. In quell’occasione lui cercò di appartarsi con lei e allungò le mani. Lei scappò e il giorno seguente mandò il marito a parlare con la coppia dei datori di lavoro. Da quel momento in modo pretestuoso, sentendosi rifiutato, il “padrone” cominciò ad affermare che lei lavorava male, che non era efficiente. Le mandò due lettere di addebito poi la licenziò. In quel momento lei scoprì che nessuno dei colleghi voleva testimoniare per lei e che la moglie del padrone avrebbe negato l’accaduto.

Esempio 2: Un imprenditore racconta che fra i suoi 200 operai due sono “spine nel fianco”. Lui sa benissimo che lavorano poco e male. Una è stata scoperta diverse volte collegata a Facebook. Lui le ha mandato una lettera di addebito, ha provato a spostarla nel lavoro ma, tramite i sindacati e avvocati, ha capito che non poteva farlo perché sarebbe parso un demansionamento sanzionabile. Un altro dipendente è spesso in malattia, quando è al lavoro non si capisce cosa faccia. L’imprenditore ha addirittura il sospetto che in più occasioni abbia sabotato intenzionalmente i progetti provocando danni aziendali. Racconta che l’azienda avrebbe necessità, almeno per i prossimi tre mesi, di alcuni nuovi dipendenti. Preferisce prenderli tramite agenzia interinale per non doversi vincolare in una assunzione.

Esempio 3: In una media azienda un ragazzo ingegnere ventottenne racconta che è la normalità lavorare dieci/undici ore al giorno. Se non accetti questa consuetudine vieni emarginato. Cominci il lavoro alle otto del mattino per cui alle cinque del pomeriggio, calcolando la pausa pranzo di un’ora che in realtà non si riesce a fare per la mole di impegni, dovresti avere finito. Ti mettono però le riunioni con il capo alle diciotto con la tendenza a protrarsi  fino alle venti. Tutti, indistintamente, rimangono fino a tardi per cui anche lui, che ha rinnovi annuali dell’incarico, deve restare. Mi descrive un ambiente di lavoro caratterizzato da forte tensione perché i capi pretendono sempre di più. Urlano e sbraitano se non raggiungi gli obiettivi che loro ti fissano. Il problema è che costantemente alzano l’asticella delle richieste per cui lui ha la sensazione di non farcela. Per cercare di smaltire certe incombenze è arrivato a portarsi a casa il lavoro per riuscire a finire gli impegni con calma la Domenica.

Esempio 4: Un amico mi racconta che la sua collega di insegnamento alle scuole elementari da tre anni è quasi sempre assente. Quando è stata messa in ruolo era chiaro che per lei trasferirsi per circa mille chilometri sarebbe stato un grande disagio. Da allora, prima ha usufruito della legge 104 per assistere la madre anziana, poi sono cominciate ad arrivare malattie “strategiche”. Ad esempio gode di buona salute tutta l’estate, quando la scuola è chiusa, poi si ammala dopo i primi quindici giorni di scuola verso inizio d’ottobre per tornare in forma in dicembre ed usufruire delle vacanze di Natale. Di nuovo ammalata in gennaio starà bene per Pasqua e dopo una nuova malattia si ristabilirà definitivamente in giugno. Per il mio amico questo continuo andare e venire è un grave disagio in quanto cambiano le supplenti con cui lui si deve rapportare. Inoltre quando la titolare della cattedra torna è una penitenza perché non conosce i ragazzi e deve formulare i giudizi e gli scrutini senza cognizioni. I genitori sono imbufaliti ma pare che nessuno possa farci nulla.

Come emerge da questi esempi, che sono venuti alla mia attenzione, la realtà è molto complessa e variegata. Non sono neanche sicuro che gli esempi citati riguardino direttamente l’art. 18 o esulino dai suoi effetti ma credo che il clima e l’ideologia del lavoro che traspare siano condizionati da un modello “ingessato” di lavoro in cui si è tutelati a prescindere o da un modello flessibile e precario in cui devi subire ogni angheria.

Non conosco il modello proposto dal governo a tutele crescenti sia perché non pare ancora chiaramente delineato, sia perché non sono in grado di capirne tutte le conseguenze pratiche visto che come al solito gli antigovernativi lo descrivono come la fine dei diritti e i filogovernativi come una innovazione civile di miglioramento. Ritengo che nessuna legge possa risolvere tutti i problemi del rapporto complesso fra datori del lavoro e dipendenti in quanto si intrecciano problemi organizzativi, emotivi, relazionali e ideologici. Forse occorre proporre un nuovo provvedimento fissando subito una rivalutazione dopo due o tre anni degli effetti positivi o negativi che determinerà.