Di questi tempi si sentono troppe generalizzazioni sull’Islam. “E’ l’Islam la causa che porta al fondamentalismo”, “il mondo islamico non rinnega lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante“, “i musulmani in Europa, in quanto musulmani, quindi appartenenti a una religione che porta alla degenerazione, al radicalismo, sono un pericolo per la nostra società” , sono solo alcune delle frasi che ho letto in questo periodo. Addirittura, qualche discepolo de “Lo scontro di Civiltà” si inerpica in conclusioni affrettate, nelle quali si liquidano “le primavere arabe” come un processo già finito che ha lasciato spazio a “un inverno arabo”.

Le società arabe,  “incompatibili con la nostra Civiltà”, sarebbero portate naturalmente al fondamentalismo religioso, in quanto vedono in noi, in quello che l’Occidente rappresenta, “il tumore da estirpare per arrivare alla costruzione di un califfato mondiale” (sostiene qualche Neoconservatore) e i due miliardi di musulmani sarebbero d’accordo con tutto ciò. Oggi, la persecuzione dei cristiani, cacciati dalla stato Islamico, è la prova finale che questi discepoli dello Scontro – definiamoli con questo termine – cercavano.

Così, si moltiplicano le chiamate a una nuova crociata che con “una violenza incomparabilmente superiore” porti alla sconfitta l’Islam e, aggiungo io, alla conversione. A questa visione, direi apocalittica, è giusto contrapporre dei fatti. Il primo è che l’Islam non è un monolite ma ha molteplici sfaccettature. Un musulmano a Islamabad è differente da un musulmano di Damasco. Ciò detto, non possiamo neanche sostenere che un musulmano dei villaggi intorno a Homs sia uguale a un musulmano di Aleppo, questo a causa della diversa conformazione socio-religiosa che differenzia queste due città siriane.

Inoltre, è innegabile che l’interpretazione che ognuno di noi, me compreso, dà alla fede è differente. Dunque sostenere che “tutti i musulmani sono come quelli dello stato Islamico” è un abominio. Tempo fa, oltre 200 intellettuali arabi, lanciarono dalle pagine di Al Hayat – giornale arabo con base a Londra – un appello contro lo stato islamico dell’Iraq e del Levante che in Siria, prima ancora di entrare in Iraq, stava perseguitando la popolazione musulmana e combattendo soltanto contro le forze della rivoluzione, quasi avesse siglato una pax con il regime siriano. In quei mesi, lo Stato Islamico crocifisse musulmani accusati di apostasia, incarcerò numerosi attivisti, giornalisti e scrittori (il motore di qualsiasi società). Nessuno, nell’Illuminato Occidente, fiatò. Non si sentì una voce di condanna per quello che l’Isis stava facendo in Siria, mentre, dall’altra parte, i bombardamenti dell’aviazione di Assad continuavano (e continuano) su tutte le città siriane, indiscriminatamente.

Mi domando come si possa invocare un digiuno contro l’ipotesi dell’intervento americano ma non contro i bombardamenti aerei del regime siriano che stanno cancellando la Siria? Probabilmente, se il mezzo milione di sunniti costretti dalle milizie sciite di Hezboallah e dall’esercito regolare a lasciare Quseyr, Homs e altre località della valle dell’Oronte, fossero stati cristiani o appartenenti a qualche minoranza, magari le voci di condanna si sarebbero alzate. Forse ci si sarebbe accorti della pulizia settaria che è stata operata. Poco importa, il danno è fatto.

E’ interesse nostro, intendo del Levante intero, la costruzione di società libere dal fondamentalismo e dai regimi totalitari (che si professano, falsamente, laici e fanno della confessionalizzazione della società il loro strumento di controllo). Ulteriore passo per noi qui, in questa Europa spettatrice, sarebbe comprendere che le prime vittime del fondamentalismo sono i musulmani, perché sono i primi a pagare la scelta di non accettare il radicalismo religioso. Sempre i musulmani sono vittime di una retorica negazionista che non li riconosce vittime ma, al contrario, li accomuna ai carnefici.

In questi momenti, dobbiamo spingere verso l’incontro e il dialogo, anche se è sempre più facile odiare.