Leggete queste parole: “Li colpiremo ovunque. Li distruggeremo. Non c’è alcun rifugio sicuro per chi minaccia l’America”Obama spiega schematicamente la strategia per “degradare e alla fine distruggere” l’Isis, che definisce “un cancro”, con un’azione “sistematica” di “bombardamenti massicci senza sosta”.

E allora? E’ la strategia di Obama direte. Certo, ma facciamo un piccolo esercizio: provate a sostituire mentalmente la faccia di Obama con quella di Assad o di Hitler.

La scena è questa: il dittatore è infuriato e urla a squarciagola da venti minuti, agitando ritmicamente le braccia nell’aria e battendo i pugni stretti sul leggìo quando, con gli occhi rovesciati all’insù, prende un respiro e annuncia: “li colpiremo, li degraderemo, li distruggeremo, li bombarderemo sistematicamente!”

La sensazione che provate deve essere diversa da prima. La simpatia che sentite per questo leader non è esattamente la stessa che provate per Obama. Eppure hanno detto testualmente le stesse parole

Ma perché allora Obama non ci spaventa? È un fattore di comunicazione. Altri leader, anche in Italia, hanno spaventato la popolazione per molto meno, perfino con delle battute umoristiche.

Ciò che uno dice: il contenuto, il testo del discorso, non conta quasi nulla sull’impatto emotivo e dunque sulle sensazioni che proviamo (7%). Ciò che influisce su queste è il modo in cui qualcosa viene detto: il tono della voce, l’espressione del volto e i gesti. Per questo anche un invito a cena, se fatto da un uomo con lo sguardo di Hannibal Lecter, ci spaventa più di una dichiarazione di guerra fatta da Obama.

È nella comunicazione non verbale la chiave. Se le parole dure vengono da una persona che usa un linguaggio del corpo e un tono della voce moderati non solo non spaventeranno il suo popolo, ma la loro efficacia sarà maggiore.

Pensiamo a Papa Francesco, estensione del santo timore (un timore reverenziale che incute rispetto ma non paura) di Dio: i suoi attacchi più forti, come quelli contro i corrotti o i fabbricanti di armi che “dovranno rendere conto a Dio”, o contro i pedofili che è come se facessero “messe nere” e coi quali userà “il bastone”, oppure contro i mafiosi che ha scomunicato. Avete in mente l’immagine di una faccia deformata dalla rabbia, con lo sguardo indemoniato? No, se pensiamo a Papa Francesco vediamo un’immagine opposta, gioiosa, solare. Per questo, come per Obama, quando Francesco fa il duro è più efficace. Un tuono si sente più forte in una giornata serena.

Data la foga, per non ferire accidentalmente anche l’elettorato del proprio Paese, le parole devono essere dure, ma ragionate. Per esempio Obama nel discorso che stiamo analizzando usa numerose volte la parola “distruggere” per descrivere l’azione che propone contro l’Isis, ma mai la parola guerra. Parlare di guerra al popolo americano, dopo le ferite dell’Afghanistan e il fallimento in Iraq spaventerebbe la nazione. Per rassicurarla, il presidente punta proprio sulla memoria, su questo ricordo, dicendo che “a differenza di 13 anni fa l’America non sarà trascinata in una nuovo conflitto come in Iraq o in Afghanistan. Non saranno coinvolte truppe americane sul suolo straniero».

È un trucco semantico -come quelli ai quali siamo abituati in Italia-, si cambia la parola per non evocare il concetto poco gradito. Non si chiama guerra e non ci saranno le truppe americane, ma allo stesso tempo Obama ha annunciato l’invio a Baghdad di altri 475 soldati, che insieme ai consiglieri militari già inviati nelle scorse settimane faranno salire la presenza armata degli Usa in Iraq a circa 1.600 unità.

Dal discorso di Obama vediamo che è possibile essere severi contro gli avversari ed efficaci nelle condanne, senza spaventare coloro che non sono l’obiettivo del nostro attacco. È una comunicazione intelligente, che colpisce in modo preciso -come dovrebbero fare le bombe intelligenti, per restare in tema di guerre americane-, che fa passare non per Hitler o Stalin, ma da eroi positivi, nonostante le parole violente.