Più che una riforma della giustizia, il governo sembra aver tentato di “tappare” qualche buco in tutta fretta, con la solita “stretta” sui tempi del processo, attraverso una serie di provvedimenti eterogenei, non coordinati e che toccano gli argomenti più diversi, dalla responsabilità civile dei magistrati alla prescrizione penale, dall’estradizione al falso in bilancio. Per quanto riguarda, poi, il processo civile, le proposte del governo mirano non a rendere possibile un processo più rapido, giusto ed efficiente, ma semplicemente a sostituire il processo con una serie di interventi – anch’essi privi di ogni coordinamento – che sembrano delle caricature dei metodi cosiddetti alternativi (trasferimento dal Tribunale alla sede arbitrale, “convenzione di negoziazione” affidata al solo controllo degli avvocati, “accordi di separazione e di divorzio” davanti all’ufficiale dello stato civile, possibilità di passaggio dal rito ordinario al sommario di cognizione, etc.).

Ora, ciò che stupisce è che, tra tutte queste bozze, pacchetti, disegni di legge delega, nessuno abbia pensato ad intervenire su uno degli istituti non soltanto più anacronistici e antidemocratici del nostro codice penale, ma anche tra i più attuali: i reati di opinione. In questi ultimi giorni, si discute di due casi emblematici, che riguardano la criminalizzazione di opinioni espresse da posizioni politiche ed ideologiche opposte (forse una volta si sarebbe detto: sia di destra “reazionaria” che di sinistra estrema): da una parte, il caso di Magdi Allam, accusato di islamofobia e sottoposto a procedimento disciplinare dall’Ordine dei Giornalisti; dall’altro, quello di Erri De Luca, il quale sarà invece processato davvero, da un tribunale della Repubblica italiana, per “istigazione al sabotaggio”, quando non ha fatto altro, a dire il vero che esprimere la propria opinione. Forse dovremmo anche ricordare l’apertura, negli scorsi mesi, dell’inchiesta nei confronti del deputato del M5S Giorgio Sorial per vilipendio del Capo dello Stato, nonché il precedente del 2013, quando, per lo stesso reato, furono aperte indagini su 22 cittadini che si erano espressi contro Napolitano sul blog di Beppe Grillo.

È inaccettabile, per una democrazia, che qualcuno possa essere perseguito penalmente per il solo fatto di aver espresso le proprie opinioni, la propria posizione politica, ideologica, religiosa, per quanto poco condivisibile essa possa apparire o per quanto possa anche contrastare con i princìpi costituzionali. Del resto, lo si ripete, i nostri reati d’opinione, più difendere ed essere garanzia dei valori costituzionali, sono i residui di un codice fascista ed espressione di una ideologia autoritaria.

Perché non abolire, una volta per tutte, i reati di vilipendio della nazione italiana, delle forze armate, della bandiera, del Capo dello Stato, della religione? Perché non abolire i reati di apologia antinazionale? Perché non farla finita con la criminalizzazione delle diverse forme di vilipendio, propaganda, apologia contro lo Stato o il sentimento religioso? Si ricordi: ciò che la legge punisce, in questi casi, è l’espressione dell’opinione in quanto tale, è il solo fatto di avere espresso la propria opinione, indipendentemente dall’obiettiva idoneità di provocare o meno determinate conseguenze (vieni punito se hai detto che il sabotaggio della Tav sia giusto, anche se nessuno ti ha dato ascolto, se non c’è stato alcun atto di sabotaggio). Se insulti il Capo dello Stato, vieni punito per il semplice fatto che la legge considera un reato l’offesa al rispetto ed al prestigio delle “istituzioni”.

Abrogare i reati di opinione non significa, ovviamente, smettere di lottare contro le forme di discriminazione razziale o di giustificazione del genocidio nazista o altri reati contro l’umanità. Del resto, non si possono confondere i reati d’opinione previsti dal nostro codice penale con quelle fattispecie introdotte di recente in alcune legislazioni europee relative al problema del “negazionismo”  (si pensi a quanto previsto in Paesi come Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Lituania, solo per citare alcuni esempi). Un conto sono i problemi, del tutto specifici, che attengono alla storia giuridificata (l’espressione è di Resta e Zeno-Zencovich), alla “tribunalizzazione” del giudizio storico; un altro, sono i residui autoritari di una legislazione che incrimina le opinioni che mancano di “rispetto” alla bandiera, alla nazione o al Capo dello Stato.

La “riforma” della giustizia poteva essere l’occasione per farla finita con questa anomalia democratica che ci trasciniamo come eredità del fascismo e che, come dimostrano i casi di De Luca e Magdi Allam, non ha cessato, purtroppo, di far danni e di essere attuale. Perché nessuno ci ha pensato? Non si sarebbe forse trovato, sul punto, un ampio consento delle forze parlamentari?

Il rispetto per le istituzioni democratiche non si ottiene processando i cittadini che non credono più in esse. È un loro diritto, non un reato.