Il settore non profit è più forte economicamente e “fattura” più delle Mafie (leggi l’accurata trattazione e le fonti citate da Mario Centorrino e Pietro David in Il fatturato di Mafia Spa, Lavoce.info, ilfattoquotidiano.it. Vedi anche Bankitalia 2012), con un volume di entrate stimato di 67 miliardi di euro con un’incidenza del 4,3% sul Pil (2012), simile a quello agricolo e in deciso aumento rispetto ai dati Istat del 2001 che attestavano tale cifra a 38 miliardi.

Una economia “civile” e partecipativa, con una occupazione in aumento negli ultimi 20 anni che impiega stabilmente oltre 1 milione di persone – superiore al 3% degli occupati in Italia, prevalentemente giovani, prevalentemente donne, al nord come al sud. Dati ancor più significativi se accompagnati da una quantificazione del risparmio sociale derivante dalle ore di lavoro messe gratuitamente a disposizione dai quattro milioni di volontari. E’ quindi un vero peccato che il settore abbia sempre avuto dai governi precedenti, dai media e nell’opinione generale molta meno attenzione rispetto all’economia criminale: con maggiore supporto sarebbe stata in grado di batterla definitivamente sul suo stesso terreno – culturale, territoriale, occupazionale. Al fianco dei tanti giornalisti, magistrati, uomini di chiesa e professionisti ‘puliti’ ugualmente e comunemente impegnati.

Quando si pensa e si parla di non profit, dobbiamo ricordarci due cose.

La prima, è che il non profit è una infrastruttura valoriale civile ed economica ad altissima diffusione territoriale, che intercetta soprattutto i giovani e le donne, molti diversamente abili – i soggetti ritenuti (a torto) i più ‘deboli’. Il non profit è quindi un potente motore culturale e di economia civile. E’ sul territorio, può ‘controllare’ il territorio. Come spiega Gianfranco Marocchi, Presidente del Consorzio Idee in Rete (500 cooperative diffuse anche nei territori ad alta densità mafiosa, con 400 milioni di euro di fatturato): “Non stupiscono le minacce ad una delle figure guida del settore. Cose del genere sono accadute a molte cooperative sociali, perché queste riescono a costruire una socialità alternativa che taglia le gambe alla criminalità – la quale vive proprio sul controllo del territorio. Quando la mafia vede organizzazioni che fanno crescere i giovani con valori, progetti e prospettive di vita diverse, l’organizzazione criminale si sente minata nelle sue basi più profonde. Stanno crescendo, anche grazie al non profit, una generazione ed una economia diverse.

La rappresentazione ‘naif’ che i media danno del non profit come ‘bravi ragazzi volontari’ e bandierine arcobaleno al vento, non solo è falsa, ma è anche molto dannosa: allontana i giovani migliori dal considerarlo una seria prospettiva professionale: ‘economia’, ‘carriera’, ‘impresa’, ‘impiego’ retribuito. La Mafia da tempo si combatte anche a colpi di progetti sociali ed imprenditoriali innovativi: non a caso Gianfranco è anche Direttore di un Master ‘impegnato’ come quello in Imprenditoria ed Innovazione Sociale, uno sforzo comune per dare competenze, prospettive progettuali e di start up ‘sociale’ in situazioni complesse.

La seconda cosa da ricordare è che tanta gente ci rischia la vita (guadagnando poco): sempre Gianfranco Marocchi ci ricorda casi come quello dell’Associazione Comunità Progetto Sud di Lamezia, trovatisi una mattina con la macchina con i freni rotti che corre in discesa contro un albero; gli spari contro i vetri dell’edificio espropriato alla famiglia locale (sempre a Lamezia), o in Sicilia alla Cooperativa San Giuseppe, a cui sono stare bruciate le ambulanze. Episodi meno noti ma purtroppo non infrequenti.

E per questo, a mio avviso, il non profit è la scelta di maggiore “senso” tra l’emigrazione giovanile al sud (+ 400% negli ultimi 10 anni – dati Almalaurea – ma con trend in netto aumento) e la contaminazione mafiosa. Le mafie sono una peste orrenda, ma è curabile: il miglior antidoto è l’economia civile.

Di Don Ciotti, per fortuna vitali e più combattivi che mai, ce ne sono migliaia, meno noti ma ugualmente impegnati. Anche volendo, una qualsiasi azione violenta contro uno di noi non farebbe che rafforzare gli altri, far incazzare e scendere in campo altre migliaia di giovani come quelli che passano dal volontariato all’impresa sociale, che creano start up sociali, consorzi, filiere di produzione e distribuzione, partenariati produttivi e creativi come quelli con Slow Food e con Coop, manager ‘sociali’ come quelli che si formano nella nostra Scuola.

Le mafie non devono temerne e combatterne uno, ma centinai di migliaia, sempre più culturalmente emancipati e professionalmente preparati. Credo proprio per loro che sia una battaglia persa in partenza.

In ogni caso, come diceva Falcone «Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».

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