“Il rallentamento di Berlino? Colpa della sciocca idea, non a caso americana, di imporre sanzioni al primo acquirente dell’Europa”. Per Giacomo Vaciago, professore di economia monetaria all’Università Cattolica di Milano e presidente della società di analisi economica Ref ricerche, non ci sono dubbi. A frenare lo slancio della “locomotiva tedesca” e ridurre la fiducia delle imprese nel futuro sono state le misure restrittive introdotte dalla Ue ai danni della Russia in seguito alla crisi in Ucraina. Decisione a cui Vladimir Putin come è noto ha risposto con l’embargo sui prodotti agroalimentari esportati dall’Europa: una rappresaglia che in base a stime della stessa Commissione europea ci costerà 12 miliardi di euro l’anno.

Dunque è per questo che il Pil della Germania cala?
In gran parte sì. E’ evidente: sanzionare un Paese che ha il potere di rimandare indietro le tue esportazioni è da stupidi. Non per niente Angela Merkel, durante la recente missione a Kiev, ha detto no a un’ulteriore escalation. In seconda battuta, poi, sull’economia tedesca pesa anche la disoccupazione che dilaga in mezza Europa.

Nonostante l’indicazione negativa arrivata dall’indice di fiducia delle imprese tedesche, le Borse europee sono tutte in rialzo e i tassi di interesse sui titoli di Stato continuano a calare. Che succede?
E’ la conseguenza paradossale del circolo vizioso in cui i mercati finanziari sono entrati: oggi se l’economia va male si rafforza la convinzione che le banche centrali faranno nuovi interventi e daranno liquidità al sistema comprando titoli (il cosiddetto “quantitative easing”, ndr). Per cui i tassi scendono e i listini salgono. A dispetto del fatto che in Europa ci sono 20 milioni di disoccupati. Parte della colpa comunque è anche dei governi, che sono latitanti e fanno ricadere tutte le responsabilità sui banchieri centrali. 

A proposito di banchieri: considerata anche l’apertura del presidente della Bce Mario Draghi sulla flessibilità delle regole fiscali, la frenata dell’economia indurrà la Merkel a una linea più soft?
Penso sia nell’interesse di tutti, anche di Berlino, gestire il fiscal compact in modo intelligente lasciando all’Italia e agli altri Paesi spazi per fare investimenti che permettano di ripartire. Smettiamola di farci del male con questa storia del tetto (peraltro casuale) del 3%, non è che se siamo al 3,1 piuttosto che al 2,9 cambi qualcosa. E smettiamola di vedere noi stessi come scolaretti e la Germania come la maestra. 

La Germania, con i contratti aziendali e i mini job, ha compresso i salari e rilanciato la produttività e l’occupazione. E’ quella la ricetta da seguire?
La moderazione salariale, è vero, ha favorito l’occupazione dei giovani tedeschi, ma non è detto che sia l’unica soluzione. C’è anche la strada che passa per il miglioramento del capitale umano. I giovani devono sviluppare le professionalità richieste dal mercato e in particolare dalle aziende all’avanguardia e i cui prodotti sono venduti nel mondo. E non è detto che siano professionalità che richiedono la laurea: anzi, alle nostre medie imprese servono ottimi tecnici. Non per niente la grande forza della Germania sta proprio nell’alta formazione professionale, le “Fachhochschulen”. Ne abbiamo una anche a Bologna: l’hanno voluta Lamborghini e Ducati dopo essere state comprate dalla Audi… 

Oltre alle buone scuole che cosa manca all’Italia?
Per prima cosa un mercato del lavoro che funziona, in cui domanda e offerta si incontrano. Su questo fronte siamo in ritardo di vent’anni, quindi ben vengano il Jobs act e la Garanzia giovani, ma ora bisogna correre. Dello Statuto del lavoratori si parla solo per litigare sull’articolo 18, che è il problema minore, ma è leggendo la parte sul collocamento che viene davvero da ridere. E’ patetico, oggi, difendere cose che rappresentavano un progresso 40 anni fa. Poi si potrebbe anche prendere spunto da quello che fanno altri Paesi europei (tra cui la Germania, che ha appena stabilito di alzarlo) e pensare a introdurre anche in Italia il salario minimo. Ma bisognerebbe discuterne con il sindacato, che da noi pensa più alle conquiste passate che al futuro. In secondo luogo, serve un programma di investimenti privati e pubblici. Per questo spero che passi il piano da 300 miliardi proposto da Jean Claude Juncker. Nell’interesse di tutta Europa.