Ricevo e pubblico con piacere la lettera della professoressa Sara Bisanti, mamma di Mirko, nove anni. Perché per quanto si possano scrivere riflessioni e commenti sulle parole di Dawkins, nessuna risposta è migliore  di chi, come Sara, scrive: “Non sono discorsi retorici i miei. Lo dico per esperienza”. 

Il famoso scienziato professore di Oxford avrebbe sostenuto che la scelta di mettere al mondo un bambino down è immorale. Forse l’emerito prof dovrebbe cercare il significato del termine morale. Forse avrebbe potuto dire che è una scelta poco pratica, che è una scelta coraggiosa, che è una scelta impopolare e che può provocare perciò sorpresa in chi la apprende. Ma perché immorale? Devo credere che mio figlio, con la sua sola esistenza costituisca una sfida alla morale comune? Magari ai pregiudizi sì, sicuramente. Ma non vedo come possa essere ritenuto immorale e quindi ingiusto, indegno di esistere. Forse il prof non ha mai conosciuto un bambino o una persona down da vicino. Avranno sicuramente limiti cognitivi, impacci nella comunicazione, ma hanno certamente una marcia in più per quanto riguarda la capacità di amare. Non sono discorsi retorici i miei. Lo dico per esperienza. Conosco mio figlio, è stato lui a sorprendermi con una dolcezza che mai ho conosciuto in altra persona viva. Lo giuro. Una dedizione totale alle persone che si prendono cura di lui, una sensibilità fuori dal comune quando noi, parenti normali, stiamo male e una carica di vitalità ed ottimismo che infonde attorno a sé e che difficilmente conoscono le persone cosiddette normodotate. Anche quando può sembrare che vada tutto storto, lui è capace di farti ridere, sorridere e farti sentire amato. Parola di una mamma che non ha potuto decidere se essere mamma o no di un bimbo così, ma che ha scoperto nella vita quotidiana del post nascita quanto grande potesse essere e diventare l’amore condiviso. E parlo da persona libera da schemi ideologici o religiosi.

Dico solo che se avessi avuto la probabilità di scegliere, anch’io onestamente avrei scelto per l’aborto, ma a posteriori posso dire che mi sarei persa qualcosa di unico, veramente grande. Perché le mamme che hanno una diagnosi prenatale che certifica il concepimento di un bimbo con la sindrome dovrebbero conoscere meglio che cosa ci si può aspettare davvero da una persona down. Siamo ancora purtroppo schiavi di pregiudizi ancestrali nei confronti della diversità, tanto più perché fino a poco tempo fa le persone con la Sd erano confinate ai margini della società e nascoste nelle case. E siamo anche schiavi di una società che ci vuole tutti perfetti, tutti efficienti e produttivi. Ma chi li conosce da vicino sa che anche Down è carino, e anche Down è possibile, è vitale, è efficiente a modo suo. Mio figlio non sarà di certo una cima, ma a nove anni legge, scrive e si orienta perfettamente nello spazio. Sa prepararsi la colazione, fa il letto, passa l’aspirapolvere… Purtroppo non è facile crescerlo in un mondo come questo, in cui bisogna sempre primeggiare ed essere veloci. Lui non è veloce, no. Ma è come lo slow food contro il fast food: ha il suo fascino, il sapore delle cose vere. E non è facile crescerlo perché la diversità continua e continuerà a far paura, per il solo fatto che non la si conosce. Per questo credo che la cosa migliore da fare per aiutare le persone con la sindrome ad integrarsi con gli altri sia quella di farle conoscere nelle loro potenzialità a tutti. Trasmissioni come Hotel 6 stelle sono perciò benvenute.

Allego un passo del mio romanzo da poco concluso e ancora inedito, in cui è descritto uno dei momenti più significativi del mio rapporto con mio figlio:

“Anche martedì scorso siamo stati per un bel po’ occhi negli occhi. Ci siamo messi sdraiati sull’asciugamano, con la sabbia che ci veniva addosso da mille parti: acquattati tutt’e due sotto lo stesso fazzoletto, con le teste accanto. Ci schermavamo così dal sole, complici di quel momento magico. Provavo ad addormentarlo raccontandogli la fiaba dei musicanti di Brema, che sa a memoria. Ma ad ogni verso, ad ogni parola, con l’inflessione della voce cercavo in realtà di farlo ridere e lui di risposta si sbellicava come un matto. Occhi negli occhi. Quegli occhi piccoli, dal taglio orientale, sanno ridere da pazzi e ti travolgono con la loro ilarità. In quel momento mi adorava ed io lo adoravo. A un certo punto, a forza di ridere e di non smettere mai di guardarci, mi sono commossa, e mi sono scese le lacrime, proprio come una cretina, sotto quel fazzoletto. Nascosta agli occhi indiscreti della gente, ma nuda ai suoi, così docili e pieni di amore. Sono veri e propri attimi di eternità, in cui il cuore mi si allarga e avverto tutta la pienezza di senso della nostra esistenza. Juri sa essere questo: amore allo stato puro. Incondizionato. Totale”.