Kent Brantly, “medico americano contagiato dal virus ebola in Liberia e curato con il farmaco ZMappè guarito”, confermano i medici dell’Emory University Hospital che lo hanno seguito durante il ricovero presso l’ospedale. Ma “non c’è modo di stabilire se il siero sperimentale che gli è stato somministrato sia stato determinante per la guarigione”, ha dichiarato Bruce Ribner, capo del team di medici, infermieri e tecnici che lo hanno curato. Anche l’infermiera Nancy Writebol, missionaria che si trovava con il dott. Brantly in Liberia “è guarita ed è stata dimessa martedì scorso”, ma ha preferito non rendere pubblica la notizia del suo rilascio dal centro di cura. 

“Non sappiamo se il siero funzioni”. Nella conferenza stampa che ha preceduto il rilascio del dottor Brantly, primo paziente infetto dal virus Ebola curato su suolo americano, il dottor Ribner detto che non c’è modo di sapere “se e come il siero sperimentale che è stato somministrato al medico e all’infermiera Writebol sia stato utile per la guarigione”. “Né ci sono informazioni sulle future reazioni che il corpo dei pazienti avrà in futuro determinate dall’assunzione del farmaco ZMapp”, ha continuato il medico. Nessuna conferma nemmeno sull’utilità della trasfusione di sangue che il paziente ha ricevuto da un contagiato dal virus che era guarito. 

“Nessun rischio per i due pazienti e per la salute pubblica”.  Per quanto riguarda invece le condizioni nel momento del rilascio dei due missionari infetti, Ribner è stato categorico: “Non c’è ragione di temere per la salute dei pazienti ormai guariti, né per la salute pubblica”. Non esistendo un protocollo da seguire prima di decidere le dimissioni “bisogna valutare caso per caso”, ha detto il medico rispondendo alla domanda di un giornalista. Nel caso di Kent Brantly e Nancy Writebol sono stati “l’assenza del virus nel sangue e le buone condizioni fisiche” a far decidere i medici che il pericolo era ormai passato e i pazienti potevano “tornare alla loro vita“. 

La vita dopo l’Ebola. Anche se per ora le informazioni sul virus e sul siero sono troppo limitate per determinare i suoi effetti futuri sul corpo, “la ripresa completa è possibile qualora non ci siano stati danni agli organi, come nel caso dei due missionari”. Sarà però “necessario più tempo per garantire al fisico di recuperare, dopo essere stato attaccato e indebolito notevolmente dal virus”. “Una volta guariti”, spiega ancora Ribner, “Si diventa immuni a tutti i 5 del virus ebola“. Quindi, “Qualora lo volessero, i due missionari potrebbero tornare sul campo per continuare la loro lotta al virus, senza temere per la loro salute”.

Per curare i pazienti infettati non serve la camera d’Isolamento. Interrogato sulle infrastrutture presenti all’interno del centro, il dottor Ribner ha risposto che “la camera d’isolamento costruita nell’Emory University Hospital è stata funzionale, ma non è indispensabile per curare i pazienti che hanno contratto il virus”. “Basta seguire le disposizioni anti-contagio“, ha aggiunto il medico specificando che “il problema della cura dell’ebola in Africa non è solo la mancanza di infrastrutture, ma anche la poca attenzione alle misure di prevenzione del contagio”. 

Kent Brantly: “È un giorno miracoloso”. Il medico guarito ha deciso di non rispondere alle domande dei giornalisti: “Per ora, voglio solo ricongiungermi alla mia famiglia, che non vedo da un mese. Più avanti racconterò la mia esperienza”. “Quando mi sono trasferito in Liberia, due anni fa, del virus Ebola non si parlava. Abbiamo ricevuto il primo paziente a giugno di quest’anno, ma ci sentivamo pronti a trattarlo”, ha raccontato Brantly. “Dopo la diagnosi iniziale il 31 luglio ho pregato che Dio mi desse la forza di credere, e alla fine Ha risparmiato la mia vita“, ha concluso commosso il missionario, e ha ringraziato i medici che lo hanno curato e le persone che gli sono state vicine e hanno pregato per lui.