L’inchiesta su Zapatero è un altro macigno su Sànchez: quanto pesano i guai del padrino politico del premier sul governo di Spagna
José Luis Rodríguez Zapatero ha governato la Spagna per due mandati consecutivi, dal 2004 al 2011. È stato lui a introdurre il matrimonio egualitario nel 2005, tra i primi in Europa, a ritirare le truppe spagnole dall’Iraq e a varare la legge sulla memoria storica che riaprì i conti con il franchismo. Per una parte consistente della sinistra europea, Zapatero rimane uno dei principali simboli del riformismo progressista degli anni Duemila. E proprio in questi giorni ritorna nella stampa spagnola e internazionale, non per i suoi meriti politici, ma per le pesanti accuse formulate dal giudice José Luis Calama della Audiencia Nacional di Madrid: organizzazione criminale, falsità documentale e traffico di influenze. Per la prima volta nella storia democratica spagnola, un ex capo di governo è convocato a comparire come indagato davanti a un tribunale. L’udienza è fissata per il 2 giugno.
Le accuse all’ex premier
L’indagine ruota attorno al salvataggio pubblico della compagnia aerea Plus Ultra, una low-cost dai bilanci fragili e dai legami opachi con l’ambiente chavista venezuelano. Nel 2021, in piena pandemia, il governo Sánchez le concesse un sostegno straordinario attraverso la Sepi, la holding delle partecipazioni statali spagnole. Quell’operazione era apparsa subito controversa: la compagnia era piccola, le rotte marginali, la proprietà poco trasparente. L’opposizione aveva parlato di salvataggio politicamente motivato. Le indagini erano cominciate su segnalazione della Fiscalía Anticorrupción, allertata a sua volta da comunicazioni pervenute dalla Francia e dalla Svizzera. Nelle 85 pagine dell’ordinanza, il giudice Calama descrive Zapatero come il “vertice decisorio” di una struttura di traffico di influenze costruita attorno a quell’operazione. Stando alla ricostruzione del magistrato, l’ex premier avrebbe usato le proprie relazioni istituzionali per facilitare l’erogazione dei fondi pubblici a Plus Ultra, ricevendo in cambio commissioni — quantificate in quasi due milioni di euro — pagate attraverso società intermediarie, una delle quali con sede a Dubai. Zapatero ha negato ogni addebito.
Le prime reazioni “sospettose”: “Certi giudici fanno politica”
La reazione del campo progressista alla notizia dell’imputazione, nella giornata di martedì — prima ancora che il testo dell’ordinanza fosse disponibile — è stata pressoché uniforme. L’interpretazione utilizzata è stata quella del lawfare: un termine mutuato dalla dottrina militare anglosassone, entrato nel lessico politico latinoamericano e da lì in quello spagnolo, che indica l’uso strumentale e politicamente orientato degli strumenti giudiziari per colpire avversari. In Spagna, negli anni del governo Sánchez, questa formula è stata applicata con regolarità a ogni procedimento giudiziario che sfiorasse l’area di governo. Prima di leggere le carte, quasi tutti gli alleati del governo si erano mossi in quella direzione. La portavoce di Sumar al Congresso, Verónica Martínez, aveva parlato di “sospetti” sull’indagine. Ione Belarra di Podemos aveva elencato altri ex premier — i popolari Rajoy e Aznar e il socialista González — sostenendo che avrebbero “meriti maggiori” di Zapatero per finire sotto processo. Gabriel Rufián di Esquerra Republicana de Catalunya – la sinistra catalana – aveva lanciato un avvertimento generico a “certi giudici” che fanno politica.
La frenata degli alleati dei socialisti: “Dove finisce la lobby e inizia il traffico di influenze?”
La posizione di molti si è modificata in modo sensibile. Enrique Santiago, portavoce aggiunto di Sumar e segretario generale di Izquierda Unida, ha dichiarato senza giri di parole che “se sono state incassate somme di denaro per gestioni politiche, questo è un reato”, e ha invitato a regolamentare le attività degli ex presidenti. Rufián ha detto di essere “a pezzi” e ha posto una domanda che nessun alleato del governo si era ancora pubblicamente posto: “Dove finisce il lobbying e dove comincia il traffico di influenze?”. Movimiento Sumar, il partito di Yolanda Díaz, ha invitato alla prudenza e ha evitato qualsiasi riferimento al lawfare. La deputata di Compromís Águeda Micó, che il giorno prima aveva ipotizzato una “guerra dei giudici”, mercoledì ha ammesso che “non sembra più così chiaro che si tratti di lawfare”. La stessa portavoce Martínez ha smesso di rispondere alle domande dei giornalisti sull’argomento. Solo Sánchez ha mantenuto la linea della solidarietà piena con Zapatero. Di fatti, al Congresso, ha dichiarato: “Tutto il mio sostegno al Presidente Zapatero”.
L’imputazione di uno dei baroni del Psoe che ha sempre mantenuto una linea in sostegno del premier Pedro Sànchez, arriva in un momento in cui il governo Sánchez è già sotto pressione su più fronti giudiziari. Santos Cerdán, ex numero tre del partito socialista, ha trascorso cinque mesi in carcere preventivo nel 2025 nell’ambito del caso Koldo – la trama di tangenti su appalti pubblici al ministero dei Trasporti – ed è ora a processo. Begoña Gómez, moglie del presidente, è prossima al giudizio con accuse di peculato e traffico di influenze legate a una cattedra universitaria e ai rapporti con un imprenditore privato. Al quadro si aggiunge ora Zapatero: non un dirigente qualsiasi, ma la figura che più di ogni altra ha coperto politicamente Sánchez nelle fasi più difficili della sua leadership.
Il fuoco amico: i socialisti “moderati” eredi di Felipe Gonzàlez
C’è un aspetto della vicenda che sfugge alle cronache giudiziarie ma che pesa non meno di esse: il fatto che l’imputazione di Zapatero sia accolta con severità – quando non con soddisfazione appena dissimulata – in ambienti che non appartengono alla destra. Abbastanza esplicita, da tempo, è la posizione di Felipe González. L’ex premier socialista — tredici anni a palazzo, l’uomo che ha portato la Spagna nella Nato e nell’Europa — non ha mai nascosto la propria ostilità verso Sánchez. Negli ultimi anni ha moltiplicato le uscite pubbliche contro l’attuale premier: lo ha criticato sulla gestione della crisi catalana, sulla legge di amnistia, sulla coalizione con Sumar, sullo stile di governo. I felipisti — quella corrente interna al Psoe che si riconosce nella tradizione moderata e atlantista di González — non hanno mai digerito la “deriva identitaria” impressa da Sánchez al partito. Ora che Zapatero, il loro principale avversario interno e il principale sostenitore di Sánchez, è travolto da un’accusa così grave, quella corrente si trova in una posizione ambigua: non può esultare apertamente, ma non ha nemmeno ragioni politiche per difendere né l’uno né l’altro.
L’imputazione è arrivata quarantotto ore dopo un’altra brutta notizia per Sánchez sul piano elettorale. Il 17 maggio si erano tenute le elezioni regionali in Andalusia, la regione più popolosa della Spagna e storico feudo del socialismo iberico, già caduto nelle mani del Partito Popular da qualche anno. Eppure in questa tornata il Psoe, guidato dalla ministra delle Finanze María Jesús Montero — scelta da Sánchez come candidata di punta per tentare di invertire la tendenza — ha ottenuto 28 seggi: il peggior risultato della storia del partito in quella regione. Il PP di Juanma Moreno ha conquistato 53 seggi, fermandosi a due dalla maggioranza assoluta; Vox ne ha ottenuti 15, configurandosi come probabile partner del governo regionale. La sinistra radicale di Adelante Andalucía ha superato la lista ufficiale di Sumar, approfondendo ulteriormente la crisi interna alla coalizione governativa di Madrid. Il piano originario di Sánchez per l’Andalusia prevedeva Zapatero come risorsa elettorale: un nome ancora capace di mobilitare consenso nel sud. Ma il rischio dell’imputazione ha azzerato quella prospettiva.
Sul piano parlamentare, il governo mantiene per ora i numeri per sopravvivere. L’opposizione non ha la maggioranza per sfiduciarlo. Ma il perimetro politico entro cui Sánchez può manovrare si è sensibilmente ristretto: il principale organizzatore interno del partito fuori dalla scena, la moglie a un passo dal processo, il più autorevole sostenitore esterno convocato come imputato dalla Audiencia Nacional.